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LA PROTEZIONE  DI SAN GERARDO E LA FESTA DEI TURCHI

Don Gerardo Lasalvia

Come tutti sanno alla vigilia del 30 maggio, giorno in cui si ricorda il ritorno delle reliquie del santo patrono di Potenza nella sua cattedrale, la città da alcuni secoli vive la cosiddetta parata dei turchi, una particolarità nella città, già segnalata nell’Ottocento da alcuni studiosi. Si trattava di una sagra di  contadini che venivano dalle campagne per vivere il momento religioso. Dagli studi compiuti sulla documentazione antica, oggi possiamo dire che costituiva un momento di festa di tipo carnevalesco che doveva equilibrare il giorno seguente, che era vissuto come giorno di penitenza e spiritualità. Infatti, Raffaele Riviello, nel suo libro sugli usi e le tradizioni dei potentini, dice che il giorno di san Gerardo c’era l’usanza di mangiare un unico piatto di pasta con il pesce perché era ritenuto quel giorno come il venerdì santo, quindi di penitenza. Immaginiamo come si viveva il 30 maggio: la città entrava in un grande ritiro spirituale per ringraziare il santo di essere ritornato in mezzo al suo popolo. La Chiesa cattolica ha sempre equilibrato i giorni di penitenza con giorni di festa, soprattutto all’indomani della grande riorganizzazione sociale proveniente dal Concilio di Trento (1544 – 1563). Quindi, prima del mercoledì delle ceneri era possibile fare il martedì grasso, come la vigilia di Natale fosse penitenziale perché il Natale era festa. Questo equilibrio era necessario per non educare il popolo al giusto equilibrio fra spirito e corpo. Anche a Potenza fu fatto così. Ad un giorno di penitenza e preghiera si aggiungeva un giorno di festa, in cui il popolo poteva divertirsi senza molti problemi.

Perché questa festa è inscenata come sfilata di turchi? La leggenda che san Gerardo abbia fermato i turchi è nata nel secondo dopoguerra, quando la parata contadina è diventata un evento culturale gestito dal comune, e c’era bisogno di dare un senso storico all’evento. Tuttavia fin dall’ottocento la manifestazione era chiamata “turchesca”, il che vale a dire “esotica”. L’abbigliarsi da turchi significava fare una cosa strana, fuori dal normale, una volta tanto si poteva uscire dalla monotonia e dalla miseria per sognare un mondo fantastico, esotico appunto, di terre lontane e favolose. La “turchesca” è una tipica invenzione del periodo barocco e rococò, quando cioè i turchi non erano più il flagello del Mediterraneo, ma  un popolo che destava curiosità e novità. Ancora oggi, in molte parti d’Europa, ci sono eventi molto simili a quello di Potenza, uno fra tutti è vicinissimo, la parata dei turchi ad Avigliano per il giorno di san Vito martire, patrono della città. La parata dei turchi, quindi, è un reperto di una società antica, barocca e contadina, che entrava nell’irrazionale e nel divertimento, ma aveva  la maturità di smettere al passaggio della icona alla fine della parata, e entrare nel grande silenzio del ritiro spirituale. Si faceva festa perché il santo usciva dalla sua cattedrale, per poi pregarlo e ringraziarlo per la sua protezione.

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