Arcidiocesi

In una scelta controcorrente si coglie un segno di “grazia”  per il nostro tempo

In un’epoca in cui il successo personale, la visibilità e l’affermazione di sé sembrano rappresentare gli obiettivi irrinunciabili della vita, la professione solenne di suor Chiara  Grazia Valentino, celebrata nel monastero di Santa Chiara il giorno 16 luglio, festa della Beata Vergine del Carmelo e nell’anniversario della canonizzazione di San Francesco d’Assisi, assume il valore di una testimonianza che interpella profondamente e, come ha ben evidenziato Mons. Davide Carbonaro nella sua pregevole omelia, ci invita a riflettere sulla nostra vita che va intesa come un cammino verso il senso profondo del nostro esistere. La storia di Suor Chiara Grazia dimostra che la scelta claustrale non è da intendersi come una fuga dal mondo, né come il frutto di una rinuncia dettata dalla delusione. Al contrario, prima di entrare in monastero, Eliana Valentino – questo il suo nome di battesimo – ha condotto una vita piena di umane realizzazioni. Giovanissima, era già inserita nel mondo scolastico dopo aver terminato brillantemente il percorso di studi, da sempre impegnata nel volontariato, ha coltivato relazioni e ha promosso azioni in vari ambiti. Eppure, nel cuore di quella vita ricca di opportunità, è maturata una chiamata che l’ha portata a interrogarsi e a ricercare quel senso più profondo della propria esistenza. In una sua precedente testimonianza, durante un incontro promosso dal compianto Don Antonio Meliante, Suor Chiara Grazia aveva spiegato con parole semplici ma intense il significato del cambio radicale della sua prospettiva di esistenza  «La mia non è stata una scelta, ma una risposta alla verità della mia vita». Una frase che racchiude il cuore della vocazione cristiana: non l’affermazione della propria volontà, ma l’ascolto di una verità che precede ogni progetto personale, in definitiva la risposta ad una “chiamata”. In un passaggio significativo della sua testimonianza è chiaramente precisato di aver compreso con il tempo che il vero dono non era la sua offerta al Signore ma il dono che a sua volta aveva ricevuto. D’altro canto la consapevolezza che la vita claustrale fosse la strada da percorrere è maturata gradualmente, attraverso un cammino di discernimento, fino a quando un profondo senso di pace e di appagamento interiore le ha fatto comprendere che quella era la risposta che il Signore attendeva da lei. In quella stessa testimonianza aveva ricordato anche che Dio desidera dall’uomo una continua tensione verso la verità  e la felicità che non coincide con il possesso, con il successo o con il consenso degli altri, ma nasce dall’aver trovato il proprio posto nel mondo, quello per cui ciascuno è stato pensato. È proprio questo il messaggio che oggi appare straordinariamente attuale. Viviamo in una cultura che spesso misura il valore delle persone attraverso i risultati raggiunti, il numero di follower, la carriera o il riconoscimento sociale. Ai giovani viene continuamente suggerito che per essere felici occorra essere sempre al centro della scena, costruire un’immagine vincente, rincorrere obiettivi sempre nuovi. Ma questa corsa, non di rado, lascia spazio a un profondo senso di inquietudine e di solitudine. Suor Maria Grazia dimostra che la felicità non nasce dal mettersi al centro, ma dal trovare un centro più grande di sé e che la vera libertà consiste nel rispondere con coraggio alla verità della propria vita, anche a costo di percorrere strade in controtendenza. Pertanto, la professione non riguarda soltanto una comunità religiosa o la Chiesa, è un evento che parla anche al mondo e indica che la felicità, quella autentica, continua a nascere dall’incontro tra la libertà dell’uomo e il progetto di Dio. Auguri cara Suor Chiara Grazia e complimenti perché  hai scelto  “la parte migliore”, sia la tua vocazione segno di “grazia”  per ciascuno di noi.

Angela Guma

Leggi l’omelia dell’Arcivescovo

https://tinyurl.com/suor-chiara-grazia

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