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San Gerardo: la festa e le sue radici 

Ho messo da parte tutto quello che vivo da un po’ di anni quando arriva San  Gerardo, arrivano, cioè, i giorni di preparazione alla festa con le sue storie nate da un po’. E ho sfogliato nella mia testa i giorni del ricordo di bambino, la mano imprigionata in quelle di mio padre e di mia madre  perché pensavano che mi stroppiassi cadendo più facilmente di chiunque, mio fratello accanto a papà e mia sorella lasciata con mia nonna a casa perché troppo piccola. C’era da andare lungo la Pretoria fin alla Piazza per vedere i preparativi, le bande che giravano sin dal mattino presto per tutto il centro: bancarelle, giocolieri, giocattoli, palloni da gonfiare multicolori, lo zucchero filato , i bastoncini di liquirizia , i lecca lecca e nel giorno della festa un cono da Zirpoli che “fabbricava gelati” meravigliosi, limone e cioccolato il massimo, crema, fragole, un anno arrivò anche il pistacchio. Si fabbricava perché più grande era la conquista di quella leccornia, più grande la faceva la nostra immaginazione: una fabbrica di desiderio. Ma dopo essere passati in Chiesa, quanta gente con la coppola nei giorni della novena, più Messe la mattina e la Chiesa spalancata perché ad ogni ora , a seconda del mestiere, chiunque potesse venir e fare la sua preghiera al Santo. Erano i giorni del solito lavoro in cui c’era un’aria di allegrezza e devozione insieme. Noi passavamo poi da Zio Antonio, il  fratello canonico di mia nonna, un pezzo di festa anche lì. Intanto arrivava lentamente la vigilia, mio padre aveva fatto la sua offerta al Santo lasciando ne l’angiliedd ( il salvadanio) lasciato dai procuratori nei negozi del centro e non solo, perché tutti i potentini cominciavano a sentire la festa sin dalla prossimità della primavera. San Gerardo era di tutti a cominciare dalle varie masserie e frazioni e a cominciare dai paesi vicini che sentivano come  un popolo solo una vera devozione al Santo. A finire alle congreghe delle varie Chiese che andavano a prendere i loro Santi per accompagnarli alla Cattedrale.  Alla vigilia andavamo a Piazza XVIII agosto in sufficiente anticipo per stare davanti. Lì doveva passare la sfilata dei Turchi da ovunque  partisse (per molto tempo si snocciolava dal centro): un corteo scontato. Senza la nave, il carro con il ritratto d San Gerardo, i Turchi con il Gran Turco non era la Sfilata dei Turchi. La iaccara, infine, negli anni prima di me, erano iaccare sparse in luoghi larghi innanzi la Cattedrale, in Piazza, a Portasalza e davanti all’ex Ospedale dove c’è ora la Torre Guevara perché la città si vedesse da lontano e si sapesse che era la festa di San Gerardo.

Oggi? Molte di queste cose si sono perse, superate da una festa “evento”. E ciò che è evidente è il racconto della Festa che ci fa il canonico Raffaele Riviello in un libro essenziale (Ricordi e Note – Costumanze vita e pregiudizi  del popolo potentino) per chi voglia  conoscere Potenza così come era e “dovrebbe essere con tutte gli aggiustamenti del tempo”. Il canonico potentino ci ricorda al cap. VII che: “La festa di San Gerardo esprimeva slancio di gaudio e di fede, decoro ed interesse della città e della Chiesa”. E cioè allora ed anche fin ad un certo tempo la festa era tutto: allegrezza ma anche devozione,  non era un evento o una somma di eventi ma l’occasione per suffragare un comune sentire, una occasione per  accaparrarsi l’appartenenza alla città attraverso San Gerardo, la sua presenza sanificatrice che proteggeva tutti e rassicurava tutti con le parole del Vangelo. E allora ha ragione Mons. Carbonaro, dopo un anno dal suo ingresso in città, a farsi domande e a farle a chi il giorno di San Gerardo stava lì a partecipare alla Messa che lo celebrava. 

“Quale è l’origine e il motivo di questa gioia? Un semplice e apprezzabile ritrovarsi insieme con qualche ricaduta nostalgica? Un frammento di emozione momentanea? Un’immagine sfogata del santo Patrono che si perde in racconti ripetuti e slegati dalla loro originaria fonte evangelica e di fede?”.  Possiamo aggiungerne un’altra “la Parata dei Turchi è una festa religiosa o è una festa civile, identitaria, spettacolare, gastronomica, e solo per un pezzetto religiosa?”

Insomma la Festa è diventata altro da molto tempo e più avanti si va, più diventa altro. Non c’è niente di grave. Da un lato una festa spettacolare che dura per giorni e notti con la Chiesa che sente i passi delle persone semplici “quelli con la coppola” che vanno a trovare il loro Santo e quelli che si inorgogliscono se portano la Sua statua il giorno della processione. La benedizione del Tempietto a conclusione della Parata una formalità ma quest’anno essendo mancata se ne sono accorti tutti ed è diventata essenziale. E allora     perché sorprendersi se il Vescovo dice “Ricordare san Gerardo, allora, non significa celebrare solo una “tradizione identitaria” vuota, che comincia con noi, che fa riferimento ad una immagine del Santo evanescente e senza sostanza, staccata dalla “sana dottrina”, e sostituita dal desiderio di svago pur legittimo”.

La politica, gli amministratori, non si sorprendano, non si adombrino perché un Vescovo vuole sapere come si fa a vivere una festa che si esprime in “uno slancio di gaudio e di fede”. Si domandino come si fa a riempire di contenuti veri la nostra tradizione identitaria. Inseguire l’identità attraverso solo eventi imprigiona una città e non la fa aprire. Cercare l’identità attraverso la memoria delle tradizioni, attraverso la storia che da luce a Potenza come a tutte le città con i loro Patroni, significa vivere una tensione ideale che ci fa riconoscere, come ci ricorda Padre Davide  “sotto l’unico tetto del Vangelo, che San Gerardo ci racconta con la sua vita e nel quale sono piantate le radici del cristianesimo, che hanno dato profonda identità alle nostre genti e che stiamo spesso svendendo in nome di un neopaganesimo di ritorno”.  Radici che appartengono  a tutti, credenti e non.

E allora cosa serve da oggi in poi al Sindaco e agli amministratori di questa Città che per me che la amo è solo meravigliosa, ai politici di ogni rango, alle associazioni che vivono la festa con qualche esagerazione di troppo ma la vivono? Serve seguire l’appello di Papa Leone che non smette di chiedere di disarmare i cuori, di sostenere le ragioni del dialogo. Se c’è dialogo nulla è perduto. Anzi.

(Tratto da Il Quotidiano del Sud del 2 giugno 2026)

Paolo Albano

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