Arcidiocesi

Muro Lucano, convegno nel segno di San Gerardo

Ci sono luoghi in cui la storia non è un argomento ma una presenza. La concattedrale di Santa Maria Assunta, sulla rupe dove il castello e la chiesa madre si fronteggiano da secoli, è uno di questi. È qui che venerdì 4 settembre, alle ore 18.00, si è svolto il convegno «Un giovane di nome Gerardo», promosso nell’ambito del cammino con cui Muro Lucano e l’intera arcidiocesi accompagnano i trecento anni dalla nascita del santo, insieme al Comune, alla Regione Basilicata e alla Conferenza Episcopale di Basilicata.

Ad aprire i lavori sono stati i saluti di don Thomas Sojan, parroco di Muro Lucano, e di Giovanni Setaro, sindaco della città. La moderazione è stata affidata a Teresa Zaccardo, presidente dell’Azione Cattolica parrocchiale, che ha guidato con misura il dialogo tra i relatori e l’assemblea.

Nessun tempo era migliore

La prima relazione è stata affidata alla prof.ssa Filomena Sacco, docente di teologia morale sistematica presso l’Accademia Alfonsiana di Roma, dal titolo «Nessun tempo era migliore. Gerardo Maiella e il coraggio del presente».

Muovendo da Qo 7,10, «non dire: come mai i tempi antichi erano migliori del presente?», la relatrice ha smontato la tentazione della nostalgia, quella persuasione dolce e insidiosa per cui il passato sarebbe stato più limpido e più cristiano. Il Settecento di Gerardo e di Alfonso de Liguori è stato restituito nella sua durezza reale, la miseria delle campagne, l’abbandono dei neonati, un clero numeroso e mal distribuito, una teologia morale segnata dal rigorismo giansenista che allontanava i fedeli dai sacramenti per paura prima ancora che per incredulità.

Particolarmente apprezzata dall’assemblea la sezione dedicata a Muro Lucano nel Settecento. La relatrice ha ricordato la città ancora ferita dal terremoto dell’8 settembre 1694, la cattedrale danneggiata dal sisma, privata delle coperture dall’incendio del 1707 e infine trasformata tra il 1725 e il 1728 dal vescovo Domenico Antonio Manfredi, così che Gerardo, nato il 6 aprile 1726, venne al mondo dentro un cantiere. Ma ha anche mostrato il volto riformatore di quella Chiesa locale, con i dieci sinodi, le visite pastorali annuali e soprattutto l’istituzione dei monti frumentari e dei monti di pietà, strumenti di credito pensati per sottrarre i contadini all’usura, cioè un intervento sulle strutture che producevano la miseria e non una semplice carità elemosiniera.

Da qui l’affermazione che ha dato il tono all’intera serata. L’abbandono non coincide con l’assenza di chiese. Muro era una città fittamente ecclesiale, con la cattedrale, il seminario, tre parrocchie, i cappuccini, i conventuali, le monache del Carmine, eppure proprio lì un ragazzo povero e malato poteva restare invisibile, respinto persino dai cappuccini della sua città. Ogni epoca ha i suoi abbandonati, ha concluso la relatrice, e oggi, in terre come questa, anche lo spopolamento è una forma di abbandono che attende una risposta pastorale e non soltanto una statistica. La risposta di Alfonso e di Gerardo non fu la nostalgia ma il coraggio del presente.

L’amicizia, dono che nutre l’anima e apre il cuore

È seguita la relazione di S.E. Mons. Alfonso V. Amarante, C.Ss.R., Magnifico Rettore della Pontificia Università Lateranense, che ha condotto i presenti dentro un tema poco frequentato dall’agiografia gerardina, quello dell’amicizia.

Amarante è partito da un dato biografico spesso taciuto. Gerardo fu un giovane dal rapporto difficile con i coetanei, e proprio da quella fatica era nata la sua capacità di legami autentici. Determinante era stata, per Gerardo, l’amicizia con un compagno che con lui aveva condiviso il desiderio di consacrarsi a Dio, e con cui alimentava anche da esperienze di vita eremitica. Il relatore ha ricordato la regola che il santo si era imposto nei momenti in cui parlava con gli altri: non dire male di nessuno, parlare delle glorie di Dio, non parlare di sé stesso.

Il cuore della relazione è stato però il legame con Domenico Blasucci, il giovane studente redentorista di Ruvo del Monte morto a soli vent’anni. Due ragazzi accomunati dallo stesso desiderio, ha osservato Amarante, per i quali l’essenziale era Dio e il servizio ai fratelli. Da quella amicizia proviene una delle espressioni più belle attribuite a Gerardo, il proposito di passare il tempo con il suo caro Dio, e con esso l’impegno reciproco a uniformarsi alla volontà divina. Accanto a Blasucci il relatore ha ricordato il rapporto con il medico Santorelli e l’intensa corrispondenza con Isabella Salvadore, testimonianza di una capacità affettiva libera e trasparente.

Tre affermazioni hanno chiuso l’intervento e sono rimaste a lungo nell’aula. Quando un’amicizia è vera non ha paura del tempo. Il cuore, se si condivide con gli amici di Dio, è di Dio. L’amicizia è a servizio di chi ne ha bisogno, e quando smette di esserlo finisce nell’oblio.

 

Amico della vita nascente

Padre Sabatino Majorano, C.Ss.R., docente emerito di teologia morale sistematica presso l’Accademia Alfonsiana, ha articolato il suo intervento partendo da tre domande: come è nato il patrocinio di san Gerardo sulla maternità; perché Gerardo abbia avuto tanta attenzione per la vita nascente; che cosa questo dica a noi oggi.

Il relatore ha anzitutto ricordato la sproporzione tra la brevità di quella vita e l’ampiezza della sua eredità. Gerardo era vissuto sette anni da redentorista, e sottratti i due del noviziato e i mesi di reclusione seguiti alla calunnia che lo aveva colpito, cinque soltanto, furono gli anni di attività. In quel tempo brevissimo si consumò l’esperienza che lo fece conoscere come amico di Dio e come uomo attento alla vita nascente. Non fu un decreto a proclamarlo patrono delle madri, ma il popolo che lo riconobbe tale e lo acclamò.

Alla seconda domanda Majorano ha risposto con un’immagine destinata ad essere ricordata da ciascuno dei presenti, quella del cuore grembo. Gerardo aveva un cuore capace di farsi grembo, di lasciare entrare il bisogno dell’altro, per offrire accoglienza e soccorso attraverso l’ausilio della preghiera. A ciò, si aggiunge poi, un secondo motivo, caratterizzato dalla spontaneità dei suoi rapporti con le donne, un modo di rapportarsi al mondo femminile che il relatore ha definito profondo e ancora oggi stimolante.

Sul versante dell’attualità, e richiamando il magistero di papa Leone e di san Giovanni Paolo II, Majorano ha indicato tre compiti. Ritrovare la sacralità della maternità in una società che lascia sole le donne. Imparare ad ascoltare le vite, perché non basta mettere al centro la vita in astratto. Costruire insieme una cultura nuova della bellezza della maternità, riconoscendo che nella maternità la donna trova una realizzazione altissima, come l’uomo nella paternità.

Concreto l’appello conclusivo. Riscoprire la solidarietà di vicinato, che è prossimità e non chiacchiericcio. Non attendere che le cose scendano dall’alto ma partire da ciò che possiamo fare noi. Rinnovare insieme le nostre società, perché chi lotta contro l’indifferenza sta già costruendo la civiltà dell’amore.

Tempo, amicizia, vita

Le conclusioni sono state affidate a S.E. Mons. Davide Carbonaro, O.M.D., arcivescovo di Potenza, Muro Lucano e Marsico Nuovo, che ha raccolto le tre relazioni in una sintesi molto efficace. Il tempo, l’amicizia e la vita, ha osservato, non sono tre temi accostati per esigenze di programma ma tre entità che presuppongono l’esistenza di una sola grande forza, quella dell’amore. Il tempo diventa abitabile quando è amato, l’amicizia è la forma quotidiana dell’amore, la vita ne è il frutto da custodire.

A conclusione dei lavori, è emersa l’immagine di un santo restituito alla sua età reale e alla sua terra, non il taumaturgo lontano delle immaginette ma un giovane di ventinove anni che ha attraversato un secolo difficile ed è stato capace di vivere con profondità il suo presente, dando valore autentico ai legami e quindi alle persone e riservando attenzione e cura alla vita nascente.

Ed è forse proprio questa umanità a rendere così forte e attuale la sua testimonianza in un tempo, quello presente. Ed è forse questo il lascito più attuale del terzo centenario, la certezza che nessun tempo era migliore e che proprio per questo nessun tempo, neppure il nostro, è un tempo senza santi.

Teresa Zaccardo

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