Arcidiocesi

La parola che abita l’assenza. Don Gerardo Cerbasi dottore in teologia biblica

24 giugno 2026, nella solennià della Natività di san Giovanni Battista, don Gerardo Cerbasi ha conseguito il dottorato in teologia biblica con la difesa della sua tesi: La forma epistolare come presenza in assenza. Studio retorico-pragmatico di alcune sezioni di Rm – Col – Ef. Erano presenti l’Arcivescovo mons. Davide Carbonaro, l’Arcivescovo emerito mons. Salvatore Ligorio (che di questo percorso è stato, in qualche modo, il primo ispiratore) e numerosi amici dell’Azione Cattolica diocesana e regionale, della parrocchia di Santa Cecilia, familiari.

Ci sono traguardi che appartengono a chi li raggiunge, e traguardi che appartengono a tutti. Questo è di quelli che appartengono a tutti.

I titoli accademici e la preparazione teologica di un sacerdote non sono una questione privata, ma qualcosa che entra, silenziosamente ma concretamente, nella vita della comunità, nel modo in cui si predica, si accompagna, si interpreta la realtà alla luce della fede. E quando quella preparazione raggiunge un livello come questo, è tutta la chiesa diocesana che ne è arricchita.

Occorre forse sdoganare la convinzione per cui lo studio della teologia sia un elemento ornamentale da parte di un sacerdote o un laico, in favore della convinzione per cui anche la teologia ha la stessa concretezza di ogni altra cura. Approfondire la teologia significa tentare di rendere ragione della fede con onestà e rigore, sapendo che la qualità del pensiero di una diocesi si misura anche dalla profondità con cui i suoi pastori abitano la Parola, e di conseguenza la servono nei fratelli.

La tesi: Paolo scrive da lontano, ma la distanza diventa risorsa

La ricerca di don Gerardo si muove sulle lettere di Paolo, in particolare su alcune sezioni della Lettera ai Romani, della Lettera ai Colossesi e della Lettera agli Efesini. Il titolo è già di per sé un programma: La forma epistolare come presenza in assenza.

Don Gerardo, nella corposità della tesi che ha difeso, tra le altre cose, afferma che Paolo scrive lettere perché è lontano dalle comunità, ma nelle sue mani quella lontananza non è un ostacolo. Diventa, anzi, una risorsa retorica, uno strumento per costruire relazione, presenza spirituale, identità condivisa. Così, la lettera è già, in questo senso, un atto di fede nel potere trasformante del linguaggio.

Per studiare questo fenomeno, don Gerardo ha adottato un approccio retorico-pragmatico: non si è chiesto solo cosa dice Paolo, ma come lo dice e cosa vuole ottenere in chi legge. Se, da un lato, la retorica analizza le strutture argomentative, la pragmatica, dall’altro, interroga gli effetti che il testo intende produrre. Soprattutto, nella tesi viene mostrato come Paolo costruisca retoricamente il suo lettore: lo interpella, lo provoca, lo proietta verso una nuova identità. Il «lettore modello» delle lettere paoline (per usare una categoria cara a Umberto Eco) è qualcuno che viene trasformato nell’atto stesso della lettura.

Questo ha implicazioni immediate per la vita credente. Ogni volta che la comunità legge Paolo (ma anche, per estensione, il resto della Scrittura) nella liturgia, nella catechesi, nella lectio divina, si espone a questo meccanismo. La Parola non informa semplicemente, ma forma. Porta dentro una logica in cui l’imperativo etico (ciò che il credente è chiamato a fare) è fondato sull’indicativo teologico (ciò che Cristo ha già compiuto). «Non regni più il peccato nel vostro corpo mortale» è l’invito a prendere sul serio ciò che il battesimo ha già operato. La Scrittura, letta in profondità, cambia il modo in cui si vive.

Un motivo di gratitudine per la diocesi

La presenza di mons. Carbonaro e di mons. Ligorio alla difesa della tesi è indicativa di come la diocesi si riconosce in questo percorso e ne gode il frutto. Don Gerardo ha speso anni, accanto al servizio pastorale che non si è mai interrotto (soprattutto come parroco di S. Cecilia e assistente diocesano e regionale di Azione Cattolica) su testi esigenti, autori complessi, metodi che richiedono disciplina intellettuale oltre che curiosità. Lo ha fatto con quella serietà quieta che chi lo conosce riconosce subito come un tratto suo. Oggi quella fatica porta un titolo e porterà ancora più frutto nella predicazione, nell’accompagnamento delle persone, nella riflessione teologica che offre alla comunità e nell’insegnamento all’Istituto teologico di Basilicata.

Alla fine della sua tesi, don Gerardo scrive: «La Parola illumina, forse non tutto, forse a volte non abbastanza, ma concede sempre l’intelligenza del frammento e la vera ripartenza, da ogni atomo di verità a cui si offre ospitalità». È il modo più fecondo per dire cosa significa studiare la Scrittura davvero, cioè imparare ad abitare il frammento con intelligenza, e ripartire ogni volta da lì.

Luca Micelli

Articoli Correlati