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Gerardo Maiella, 300 anni di santità

di Antonio Tarallo

<<La santità di Gerardo nel terzo millennio ci richiama al Vangelo del Signore, vissuto per strada, tra le fragilità e le speranze, incarnato nei segni della sofferenza e delle privazioni che colpirono le nostre genti e continuano a segnare la nostra storia. La cura e la custodia della piccolezza del cuore lo fecero assomigliare ai “Poveri di Dio”, di cui le pagine bibliche ci offrono numerosi esempi. La sua maturità interiore, impresse in modo indelebile nella memoria del popolo di Dio il quale comprese che, Gerardo “pazzarello” agli occhi degli uomini, fu il “folle innamorato di Dio” agli occhi suoi. Il desiderio della santitànon come alienazione ma come relazione profonda con il Dio di Gesù Cristo e con il prossimo, divenne la motivazione per eccellenza che accarezzò e consolò il cuore di Gerardo>>. Con queste parole, monsignor Davide Carbonaro, arcivescovo di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo e presidente della Conferenza Episcopale di Basilicata, descrive nella sua Lettera in occasione del Terzo centenario della nascita di san Gerardo Maiella. Trattasi, tra l’altro, di doppio anniversario: il 6 aprile scorso, quello della nascita, oggi, 23 aprile, quello del suo Battesimo. Trecento anni sono tanti, tantissimi. Eppure il santo della Basilicata sembra davvero vivere nel nostro oggi così tumultuoso e pieno di paure. Lui, che si era abbandonato, in tutta l’esistenza terrena, completamento a Dio ci insegna proprio questo: a fidarci del Signore. Il volto giovane, bello, delicato, e soprattutto puro, dona a chi lo contempla una sensazione di pace: ci si perde in quel suo sguardo rivolto al Signore. Uno sguardo che parla a Dio, di Dio.

Perchè questa definizione così particolare, “pazzerello”? Perché la follia – quella sana, giusta – è di tutti i santi uomini e le sante donne di Dio: lo afferma la storia. Basterebbe guardare al santo italiano per eccellenza, Francesco d’Assisi, oppure a figure lontane geograficamente come santa Ildegarda di Bingen. Nel cuore di san Gerardo Maiella, tutto l’ardore giovanile dedito a Dio e ai fratelli. Lo sapevano bene i suoi compagni d’infanzia, i suoi genitori, chiunque lo incontrava: un ragazzo “speciale” perché nella sua mente vi era solo spazio per la preghiera e la lode al Signore. Poco gioco, tanta preghiera. Nato in famiglia povera, ha conosciuto subito il valore e il sudore del lavoro, subito dopo la morte del padre: la sua professione, il sarto come il padre che però non riuscì a insegnarci i rudimenti del mestiere. Venne assunto, allora, come apprendista: qui nella bottega conobbe ingiurie e maltrattamenti. Ma Gerardo come risponde a tutto questo? Con il silenzio. Un silenzio che tanto ricorda quello di Gesù di fronte a Pilato: nessuna risposta, ma solo affidamento a Dio.  Arriva un momento in cui potrebbe anche mettersi in proprio, ma decide un altro lavoro, ancora più umile: quello di domestico nella casa del vescovo di Lacedonia, un comune vicino Avellino. Ancora un volta, anche in questo caso, sperimentò l’asprezza del lavoro: in questo caso, era il vescovo non certamente caritatevole. Gerardo sceglie il silenzio. Alla morte del vescovo, il ritorno nella sua Lucania dove apre finalmente una propria bottega: ma il lavoro non gli interessa poi così tanto perché la strada scelta dal Signore è altra. Il suo tempo piuttosto che passarlo tra forbici e aghi, decide di passarlo tra il tabernacolo e la strada in mezzo ai poveri a cui dona i suoi guadagni invece di alimentare l’economia familiare: il suo desiderio di seguire il Signore si fa sempre più radicale in lui. Una scelta che non viene compresa dalla madre che cerca in tutti i modi di farlo desistere, ma inutilmente: la voce di Dio è più potente di ogni deterrente. Ed allora che avviene l’impossibile: Gerardo decide di scappare da casa. Il biglietto che lascia sul comodino è un chiaro messaggio: <<Vado a farmi santo>>. Più chiaro di così? Un biglietto che fa eco a ciò che diceva a chi incontrava: «Che ci stiamo a fare qui se non ci facciamo santi?». Parole che non erano solo un invito per i ragazzi di ieri, ma di oggi. E’ questa l’attualità di san Gerardo Maiella: l’aver compreso che la santità è inclusiva, aperta a tutti. Unica via per raggiungerla, però, è quella di fare la volontà di Dio.

E la volontà di Dio, per san Gerardo, non si palesa subito perché prima approda presso i frati Cappuccini che risiedono vicino al suo paese. Ma nulla, troppo gracile per essere accolto. Poi, ecco farsi strada la “sua strada”: i Redentoristi, la neonata congregazione fondata da sant’Alfonso Maria de’ Liguori nel 1732. Con loro si crea subito un legame, profondo, soprattutto grazie a quel carisma precipuo della Passione e morte di Cristo: il santo, infatti, ancora oggi è molte volte rappresentato con in mano un crocifisso. Nelle piaghe del Cristo crocifisso, le sue, quelle di san Gerardo: imitazione e contemplazione, desiderio di essere come il Maestro, nella vita di tutti i giorni, nella vita contemplativa.

Ma il ritratto non sarebbe completo se non si facesse riferimento a un carisma del santo: quello di essere protettore delle donne partorienti e dei bambini. E, in questo caso, davvero il santo diviene quanto mai attuale. Il suo rapporto con le madri in attesa di un bambino fu carico d’amore fraterno: una parola di conforto, di speranza, di fiducia, in magari momenti in cui l’attesa diveniva anche motivo di preoccupazione. E oggi, in un tempo in cui la vita fin dal suo concepimento troppo spesso viene trascurata, o meglio addirittura vilipesa, san Gerardo Maiella diviene un faro per la Chiesa e la società contemporanea. Così come il suo affetto per i bambini. Ed è in questo caso che vengono in mente due dei più famosi episodi miracolosi della sua brevissima esistenza. Il primo: Gerardo mentre lascia la casa di alcuni amici, una bambina lo chiama perché aveva dimenticato il suo fazzoletto. Gerardo però non lo vuole prendere perché dice alla piccola che le sarà di aiuto in futuro. La bambina conserva, allora, gelosamente questo pezzo di stoffa. La bambina cresce, diviene donna. Ora aspetta un bambino. Ma, il parto diviene difficile: ed allora che ricorda le parole del giovane amico. Chiede che quel fazzoletto le venga posto sopra il ventre. Miracolosamente il bambino riesce a vivere. San Gerardo ha aiutato la giovane madre e il piccolo nascituro. Altro episodio: l’incontro, nel gioco, con il Bambino Gesù. Gerardo si trovava nel suo paese natale, Muro Lucano. Era solo un bambino. Vuole donare il pane al Bambino Gesù, in braccio alla Madre delle madri. Ed è allora – così si narra – che il Bambino Gesù scende dalle braccia della Vergine e si mette a giocare con lui. Un episodio che desta ancora oggi un sentimento di simpatia e di vicinanza a questo santo-bambino che, fra i bambini, ha amato Dio, Padre di tutti.

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