Vangelo

  • on 28 Aprile 2019

PASQUA DI RISURREZIONE

lacerazioni feconde

Difficile la Pasqua. Lo è sempre. È come se non riuscissimo a cavarci di dosso l’esperienza delle tenebre: si fece buio su tutta la terra. Un perché inascoltato sembra marchi ancora di più il dubbio sull’esistenza e sulla misericordia di Dio.

Peraltro l’evento che più di ogni altro fonda la nostra fede non conosce il linguaggio dello scombussolamento o del trionfo o dell’esplosione. Nessuno ne è stato spettatore.

Noi crediamo alla risurrezione non perché qualcuno abbia assistito a quell’evento ma per ciò che quell’evento ha suscitato nel cuore e nella vita dei primi discepoli. Tutto molto leggero: solo segni da leggere. La discrezione della Pasqua. Pasqua, infatti, non è sbandieramento di certezze esibite ma anzitutto attenzione alle domande, alle lacrime, ai percorsi di ognuno: donna, perché piangi? Chi cerchi?… che sono questi discorsi che state facendo lungo il cammino? Non la visione di Gesù ma questa attenzione ai percorsi di ognuno – i più, percorsi di fuga e di disperazione – è uno dei primi segni della risurrezione. Maria lo riconosce quando si sente chiamare per nome, ai due di Emmaus il cuore si scalda quando conversa con loro lungo la strada. Gesti e timbri di voce sciolgono le tenebre del cuore.

Il vangelo non usa mai linguaggi altisonanti e arroganti, non fa scialo di parole. È memoria di gesti e di segni da scrutare. Ed è necessario che qualcuno – come le donne – ci istruisca perché non ci fermiamo a fare la conta dei segni nell’incapacità di interpretarli. Già. Perché non è univoca la lettura dei segni.

Le parole delle donne: non sappiamo dove… sono un invito a cercare ancora qui, anche oggi, il luogo dove il Signore fissa l’appuntamento per i suoi. Gesù è risorto ma Maria di Magdala è ancora nel buio. Forse accade anche per noi: la risurrezione è già in atto ma i nostri occhi sono come impediti, al buio. Non sappiamo dove…

E, invece, l’invito che ci giunge in questa Pasqua è quello di osare avvicinarsi come le donne per le quali i segni che hanno accompagnato la morte parlano ancora. Per questo piangono e per questo cercano. La lungimiranza delle donne è ciò che permette alla comunità cristiana di leggere la propria storia e intravedere il cammino da percorrere, quale Galilea ancora la attende.

Tutto questo quando ancora era buio. La notte non si è ancora diradata ma lo spuntare del giorno si affretta perché qualcuno non ha lasciato che una pietra tombale spegnesse per sempre la sua speranza. È già grazia alzarsi quando davanti a noi è lo sfascio della speranza. Chi, nella notte, accetta di mettersi in cammino trova che la pietra tombale non è più al suo posto. Cammini che iniziano al buio. Mossi solo dalla consapevolezza che non ci sono forze che possono spegnere per sempre il sogno della vita. È ancora possibile frequentare l’impossibile: questo attesta la Pasqua. Un altro mondo è possibile, un’altra è Chiesa è possibile, un altro uomo è possibile. Una resurrezione è possibile: c’è ancora posto per la bontà e per l’umanità in questo mondo. Non è scritto da nessuna parte che le forze della morte abbiano comunque il sopravvento. Il nostro compito non è quello di imbalsamare ancora una volta il Cristo e riporre definitivamente quanto grazie ai suoi gesti e alle sue parole abbiamo intravisto come possibile. A noi spetta anticipare l’aurora, affrettare il giorno, superare la situazione della Maddalena la quale non aveva ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risuscitare dai morti.

In questo nostro clima in cui spesso la vita è uccisa e grossi macigni vorrebbero impedire la possibilità di sognare ancora il nuovo, noi ci riscopriamo proprio come le donne all’alba del primo giorno della settimana. Proprio per noi risuona oggi l’invito a non aver paura e a individuare la Galilea nella quale ci dà appuntamento. Facendo attenzione che i luoghi nei quali egli si lascia trovare – il Vangelo insegna – non sono i luoghi religiosi ma la casa, il giardino, la strada, il lago, una locanda. E l’incontro con lui non è mai omologante ma plurale, cioè secondo i tratti e le capacità di ognuno. Ed è sempre un incontro che tocca il cuore perché aperto alla relazione.

La pasqua non è una improvvisa restaurazione della vita. Gesù non va cercato come un corpo passato, la vita non va cercata come una riedizione del passato. È necessario andare oltre: non a caso la traccia del corpo di Gesù è sottratta. L’attenzione deve puntare altrove.

Essa non è il frutto di qualcosa di improvviso, di magico ma l’esito di un processo, di un lento camminare, di una trasformazione della vita che conosce i tratti della quotidianità e della debolezza. La pasqua è il frutto maturo di una vita che accetta di consumarsi, di non essere trattenuta.

Certo, un po’ sbrigativamente l’abbiamo chiamata risurrezione ma abbiamo dimenticato che si tratta di una Pasqua, di una lacerazione, di qualcosa che si rompe, si spezza, si apre perché altro accada. E accade proprio attraverso l’esperienza del tradimento, del peccato, del vuoto e della morte riletti come momento di passaggio alla fede nella misericordia del Padre che oltre la morte. Lo sappiamo: abbiamo paura di frequentare un simile linguaggio perché non sappiamo dove possa portare. Quello della Pasqua è infatti un linguaggio troppo alternativo: nessuno avrebbe immaginato che a comprenderne il messaggio fossero proprio coloro che una cultura e una religione avrebbero escluso.

 

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