Omelia nel Natale del Signore Messa del Giorno
25 dicembre 2025
Il Vangelo appena ascoltato, è il solenne annuncia che la Chiesa proclama nel giorno di Natale. Quando il sole comincia a crescere e le ombre scompaiono. Non c’è più la grotta che descrive la dimora provvisoria del bambino che nasce dalla giovane coppia, migrata da Nazareth a Betlemme, per soddisfare il desiderio del potere di sempre. Contare e contarsi. Ma Dio che apparentemente non conta, è tutto in un vagito nella notte che risveglia la storia. Non c’è più la mangiatoia con la paglia, nutrimento e riscaldamento degli animali, divenuto giaciglio del Creatore. Non ci sono più i pastori che odorano di latte e di vita, nascosti tra le greggi, esuli narratori delle fredde notti del cuore. Non ci sono più gli Angeli, che con il loro canto illuminano i sogni dei poveri. Non c’è più Erode, maestro di sospetti, giocoliere dell’assurdo, che si perde dietro il potere del nulla. Non c’è più la stella che disegna le strade del cuore, proiettando i desideri dei viandanti dentro il segreto del nuovo. Tutto questo è contenuto dall’Evangelista Giovanni, in quelle parole che aprono l’ultimo dei Vangeli, chiamati canonici. Figli di quella “misura” che nella variegata ricchezza delle sensibilità storiche e teologiche, hanno raccolto e raccontato la decisione di Dio, nel suo dirsi e darsi alla nostra povera umanità. Giovanni è l’ultimo a stendere nella trama non più narrativa, ma nella realtà del simbolo (nel suo autentico senso, quello di mettere insieme) lo sguardo dell’uomo nell’intimo di Dio: “Dio nessuno lo ha mai visto solo il Figlio che è rivolto nel seno del Padre, lui lo ha narrato” (Cf. Gv 1,18). E al contempo l’eternità di Dio nella fragile carne dell’uomo: “Il Verbo si fece carne è pose la sua tenda in noi” (Cf Gv 1,14). Quello del Quarto Vangelo che chiamiamo appunto “secondo Giovanni”, non è un inizio, o un’apertura armonica della partitura che verrà eseguita. È il vertice di tutto quello che accadrà nella trama delle relazioni tra il Figlio di Dio e la storia dell’umanità. Incontri che dispiegano nel loro contesto la risposta alla domanda: Chi è Gesù? Dove abita? Chi incontra? Come ci salva? Prologo appunto, dove quel “prima” o “inizio” va oltre la temporalità. Ecco perché come appena ascoltato, il ritmo del testo, non ha spaziotemporalità, è tutto concentrato nell’eterno che entra nel tempo. Nella Parola esistente ancor prima della Creazione, che presiede la Creazione stessa e che ora la porta a compimento nell’Incarnazione. La Luce che vince le tenebre è come il vagito del Figlio di Dio che squarcia la notte di Betlemme. Si tratta della medesima buona notizia, che annunzia Dio veniente nelle nostre notti per vincerle. Il Natale del Signore è il nostro Natale, la nostra rinascita in Dio. Il mondo questa nascita la dimentica, ha chiuso l’orecchio al vagito del Bambino di Betlemme, che risuona nelle stragi dei piccoli segnati dalla morte violenta senza un perché; gli occhi alla luce della pace, che stenta ad avere tra gli uomini una terra, una casa, una storia. Ecco perché ci ritroviamo a celebrare mille natali senza che Dio nasca nelle nostre vite, senza fare spazio alla luce che vince le nostre tenebre. In questo modo stiamo svuotando la memoria della verità nella nostra carne, intrisa dell’amore che viene dall’alto, redenta, salvata, restituita all’immortalità. Già l’apostolo Paolo metteva in guardia i primi cristiani che si rivolgevano alle favole, invece di ascoltare la verità. Non tutti l’accetteranno, molti cercheranno insegnamenti che confermino ciò che vogliono sentirsi dire (Cf 2 Tm 4,4). Sembrano parole che sfidano la nostra contemporaneità, che la compatiscono, per la sua leggerezza intellettuale, e la sua fragilità esistenziale. Il Natale del Signore permette a Dio di farsi nel tempo, compagno di viaggio dell’uomo, restituendogli l’eternità. Davanti alla grotta di Betlemme siamo veri e buoni, non perché questo viene solo da noi, ma perché verità e bontà s’incontrano in noi, che portiamo la Luce apparsa nella notte di Betlemme; la Parola uscita dal silenzio del Dio creatore, che riattiva la nostra sorgente nascosta, ma a Lui ben nota. Il vero Natale ci mette in crisi, ci distoglie dal fascino vuoto del mucchio di giorni che accadono inesorabili, intrisi di nostalgia del passato. Il vero Natale viene con la sua forza dirompente e pasquale, che imprime nel cuore la nostalgia di Dio, il desiderio del cielo, il sorriso del volto amico. Gesù, il Figlio di Dio nato nella carne, la carne di Maria, la nostra carne, non lo lasceremo immobile come la statuina nel presepe. Saremo noi con le nostre vite, appassionate di lui, a fargli muovere i primi passi, a farlo camminare tra i nostri giovani assetati d’amore, e di senso, perché non si perdano dietro il poco che passa, ma siano affascinati dal Tutto che resta. Lo condurremo in mezzo a questa società, per aiutare uomini e donne ad accendere i loro occhi di mistero e di stupore, per riaffermare che la nostra vita e la nostra morte non ci appartengono; e sono il dono che Dio ci ha lascito da custodire per restituirlo pieno di Lui. La nostra vita e la nostra morte noi non le comprendiamo senza di Lui, non le accettiamo veramente senza la sua nascita, la sua morte e la sua risurrezione. Per questo le annunciamo e non possiamo tacere la nostra fede che non è una formula, ma il respiro di un bimbo che nasce alla vita. Essa ispira le nostre scelte, perché il bambino di Betlemme, l’uomo di Nazareth, il rabbi che muore a Gerusalemme, sono il nostro Dio nato nel tempo, nato sotto la fragilità della legge, datore dello Spirito Santo che procede dal Padre e dà la vita ad ogni uomo che viene sulla terra.

