Vangelo

  • on 28 Dicembre 2018

NATALE DEL SIGNORE

(Is 9,1-6; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14)
Il Dio-lievito…

Un diverso modo di leggere la storia, la vita. Così il Natale. Questo veniamo ad apprendere almeno una volta l’anno. Anche quest’anno.

Stando a quello che l’evangelista Lc narra, sembrerebbe che a determinare gli eventi sia l’imperatore di turno Cesare Augusto alle cui disposizioni orgogliose si sottomette persino il Figlio di Dio e la sua famiglia, costretta com’è a raggiungere Gerusalemme per farsi censire, nonostante Maria fosse ormai prossima a partorire. Nulla avrebbe lasciato presagire che a condizionare fortemente il corso degli eventi non sarebbe stato  un imperatore ma un Dio-lievito che il Vangelo descrive nella sua capacità di trasformare il mondo nascondendovisi dentro. Non lo si vede, ma Lui c’è. Non con atti di forza ma con un percorso che egli assume sin dall’inizio, bambino uguale a tanti altri bimbi. A distanza di oltre duemila anni, infatti, non ci ritroviamo a celebrare le gesta di quell’antico imperatore ma ciò che da quel bambino nato nel silenzio di una notte a Betlemme è giunto fino a noi.

A determinare un nuovo corso degli eventi (è una comunità di uomini e donne che non percorrono chissà quali strategie di potere ma che accettano di farsi lievito lì dove il Signore li ha chiamati a operare: il lievito fermenta nella misura in cui scompare. La Beata Angela da Foligno, mistica del 1300 così scriveva cantando il mistero dell’Incarnazione: O amore sviscerato: hai disfatto te per far me nel momento in cui ti rivestivi della nostra carne. Hai disfatto te… il mio Dio si è fatto carne per farmi Dio! Che bella l’immagine di un Dio che si disfa. Si rinnova qualcosa nella misura in cui si accetta di disfarsi.

In questa notte è come se presagissimo che la nostra storia, la nostra vita può conoscere un possibile riscatto non per chissà quale gesto magico che l’uno o l’altro potente riesce a escogitare. Ciò che spinge tutti noi qui stanotte è l’intima convinzione che non è possibile evadere dalle contraddizioni della propria vicenda se è vero che proprio Dio – che avrebbe potuto tenersene a parte – ha scelto il cammino inverso: ha sceso di stare nelle tenebre di questo mondo e di percorrere le nostre stesse strade, quelle dell’accoglienza come quelle del rifiuto, quelle della vita come quelle della morte, nel nascondimento e nell’umiltà.

Il cammino di Dio non incrocia mai il percorso del potere e della forza, il cammino di Dio passa sempre sulle strade degli umili, sulle strade degli ultimi: Zaccaria, Elisabetta, Giuseppe, Maria, i pastori (chi erano costoro? Tutte persone che non avremmo ritenuto adeguate per quella vicenda in cui il Signore aveva pensato di coinvolgerli). E si manifesta sempre con segni modesti e disadorni. Cos’altro sono, infatti, quelle fasce e quella mangiatoia se non la conferma dello stile di Dio che non offre mai segnali evidenti della sua presenza?

Questo il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia. Da questo si riconosce Dio. Allora come adesso. Non cercarlo altrove e non cercarlo altrimenti. Cercalo in quei segni fragili e timidi che compongono la tua vicenda di uomo e di donna perché egli non ha mai smesso di fissare lì la sua dimora. Da oltre duemila anni continua a ripeterlo a noi: lo troverete avvolto in fasce. Dove le fasce e dove la mangiatoia, oggi? E il segno è sempre un segno pro-posto mai im-posto alla nostra libertà.

Non temere, perciò, la tua lontananza. Quante volte un’esperienza di fallimento ci ha convinti una volta per tutte che la nostra vita non possa interessare a nessuno, men che meno a Dio. Tuttavia, se l’annuncio è stato recato ai pastori è il segno che Dio in quel bambino di Betlemme è venuto prima di tutto per quanti sono o si sentono lontani da lui. E tra questi, forse, ci sono anch’io.

Forse non ci abbiamo mai fatto caso e i nostri presepi narrano infatti questo errore di prospettiva. D’altronde è sconvolgente, a ben pensarci. Dove collochiamo gli angeli e dove il canto del Gloria, dove collochiamo il bagliore di luce? Attorno alla grotta. E invece no. Il Figlio di Dio nasce in un non-alloggio, verosimilmente vegliato solo da una lampada, quella di Giuseppe. Ma il punto luce del presepe – vangelo alla mano – è il bivacco dei pastori: la gloria del Signore li avvolse di luce. E loro, gente guardata a vista perché faceva razzie, gente che meritava solo un fulmine dal cielo, si ritrovano i primi destinatari di ciò che gli angeli hanno da dire all’uomo.

Se un imperatore per affermare la sua potenza cercava numeri Dio, invece, cerca uomini. Se un potente per esercitare la sua forza se ne sta nel suo palazzo costringendo uomini a muoversi (anche una ragazza incinta), non così Dio che si mette sui passi degli uomini, quali che siano.

No, non è un sogno tutto questo: è quello che realmente è accaduto quella notte a Betlemme e ancora accade ogni volta che qualcuno di noi scende e si mette sui passi di un fratello, di un amico e, perché no, persino di qualcuno che ci ha fatto del male. Quando questo accade è Natale ancor.

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