Il Vangelo della Domenica

XXI DEL TEMPO ORDINARIO

(Is 66,18-21; Eb 12,5-7.11-13; Lc 13,22-30)
Sulla soglia…

Ci è capitato senz’altro, almeno una volta nella vita, di chiederci che senso abbia vivere in un certo modo, professare una certa fede, tenere a determinati valori. Della serie: ma io, poi, in Paradiso ci andrò? Io mi salverò? Che senso avrà avuto la preghiera, la frequentazione assidua alla celebrazione?

E di solito abbiamo sempre visto la salvezza come un essere affrancati da tutto ciò che ci blocca, ci vincola, ci impedisce di correre speditamente: salvati da tutto ciò che mette a rischio di fallimento la nostra esistenza. Il problema, però, ripete il vangelo di questa domenica, non è soltanto essere “liberi da” (evitare il male, fuggire le occasioni prossime di peccato), ma diventare “liberi per” (imparare a compiere il bene). Posso anche essere affrancato da tutto ciò che mi è di ostacolo, il peccato, ma non posso passare l’esistenza a compiacermi di questo senza sentire un impulso a vivere da uomo libero. Non è sufficiente una politica dell’evitamento se questa poi non si traduce in una convinta prassi che sceglie il bene, comunque.

Una è la categoria – vangelo alla mano – che deve temere qualcosa da Dio, quella di chi si ritiene giusto, chi si sente arrivato, chi sente di dover essere annoverato tra i consiglieri dell’Eterno, chi crede di dover meritare il plauso per essere stato nella vita in un certo modo, chi ha vissuto cercando di ottenere punti.

Il vangelo riserva sempre delle sorprese. E la fine ne riserva ancora di più. C’è qualcuno – afferma Gesù – che alla fine può operare una rimonta da lasciar sbalorditi chi per anni si è allenato regolarmente. Accade nello sport, accade nella vita, accade nella fede. Ci si può allenare per anni, infatti, dando per scontato l’esito e, quindi, quasi sedendosi e crogiolandosi, andando avanti più per inerzia che per passione, più per dovere che per amore. C’è chi, invece, toccato dalla grazia, tenta l’ultimo colpo per un sussulto del cuore, ritrovandosi una energia insperata.

Tutto sta nell’essere trovati idonei ad attraversare una porta che Gesù definisce stretta per oltrepassare la quale è necessario uno sforzo. C’è il rischio, infatti, che quella porta possa essere chiusa addirittura con somma sorpresa di tanti che pure vantavano un diritto di primogenitura: dopotutto abbiamo mangiato e bevuto con lui. Lo dirà Gesù un giorno a quei Giudei che credevano di avere il futuro assicurato perché “figli di Abramo”. La garanzia, infatti, non te la dà la tua origine (Abramo, in questo caso) ma il compiere ciò che Abramo fece: fidarsi di Dio.

“Allontanatevi da me, voi operatori di ingiustizia”. A salvarci, infatti, non è anzitutto una intensa vita di preghiera ma la capacità di intessere relazioni vere improntate a misericordia e carità.

Che cos’è che può diventare ostacolo al passaggio di quella porta che Gesù definisce come unica per avere accesso alla vita in pienezza? Il gonfiore della nostra superbia e del nostro orgoglio, l’incapacità ad avere il giusto sentire di sé. L’unico codice che permette l’accesso attraverso quella porta è l’umiltà.

C’è un criterio per essere riconosciuto da lui? Sì, c’è: la possibilità, per lui, di riconoscersi in me. Sarò riconosciuto da lui, se in me saranno presenti “gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,4). La vita cristiana non è anzitutto un insieme di cose da fare ma permettere che i sentimenti di Gesù Cristo scorrano in me.

La vita dell’uomo è tutta un attraversamento di soglie, pensiamo soltanto i passaggi da un’età all’altra, o alle porte che attraversiamo dal mattino alla sera per passare dagli impegni agli affetti. Qual è lo spirito con cui attraversiamo queste soglie?

Saremo riconosciuti al passaggio della porta stretta se saremo stati capaci di aprire la porta del nostro cuore al Signore che continuamente bussa per essere accolto.

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