Il Vangelo della Domenica

V DOMENICA DI QUARESIMA

 

 (Ez 37,12-14; Sal 129; Rm 8,8-11; Gv 11,1-45)
Nostalgia o speranza?…

Doveva essere forte il legame che lo univa a Marta, Maria e Lazzaro se, una volta ammalatosi quest’ultimo, le sorelle avevano pensato bene di informare il loro amico. Che cos’è l’amicizia, infatti, se non la possibilità di condividere un carico che altrimenti diverrebbe insostenibile?

“Colui che tu ami è malato”: in queste parole c’è molto di più di una semplice comunicazione. C’è la memoria di un affetto, c’è il desiderio di rivivere qualcosa che potrebbe essere compromesso da un momento all’altro, c’è l’invito implicito a intervenire, almeno stavolta, a non far sì che le cose precipitino. Chi di noi non correrebbe alla notizia di una persona cara che sta male? 

L’à plomb di Gesù, invece, quasi fa accapponare la pelle se non addirittura rivoltare lo stomaco tanto suona inopportuno in un momento in cui ci sarebbe una cosa sola da fare: affrettarsi. 

Per tutta risposta, invece, l’amico non si muove e non già per problemi di sciopero dei trasporti, quanto piuttosto per libera scelta. Dice addirittura di “essere contento” di non essere lì a Betania. Eppure, due giorni sono troppi per chi lotta con la morte. Niente da fare. Che strano amico, verrebbe da obiettare: questo è il modo di amare? Infatti, Marta non perderà l’occasione di farglielo notare: “Se fossi stato qui…”, come a dire: “Se ti fossimo stati veramente a cuore, non ci troveremmo in questa situazione”. Marta è certa che la presenza di Gesù avrebbe fatto la differenza: “mio fratello non sarebbe morto”. A che serve muoversi quando non c’è più nulla da fare? Cosa sei venuto a fare adesso?

Davvero strano questo Dio: sembra quasi che all’occorrenza non sia mai disponibile, che alla bisogna non si lasci trovare. Tante volte è accaduto così quando un lutto ci ha visitati, quando una sciagura ci ha colpiti, quando un cataclisma ha scosso le fondamenta della terra, quando un ragazzo è martellato a morte. Tante volte. Perché quel ritardo non dovuto a qualche ostacolo sopraggiunto ma addirittura premeditato?

Eppure, la nostra protesta non gli è sgradita, anzi: se la familiarità ce lo consente, il rimprovero fa parte della verità della relazione. Proprio a me questo? 

Poi, però, bisogna lasciarlo parlare. E qui viene il bello. Già, perché fa appello alla tenuta della mia fede nei giorni della prova, alla capacità di non mettere in discussione il rapporto con lui quando tutto sembra farci paura e unica prospettiva sembra essere la morte, alla disponibilità a far sì che quel ritardo sia letto non come una smentita dell’amore ma come occasione per assumere l’occhio di Dio sugli avvenimenti.

“Se credi, vedrai”. Ti pare facile, Signore? Mi verrebbe spontaneo scambiare l’ordine di questi verbi, come accadrà a Tommaso la sera di Pasqua: “se vedo, crederò”. Ho bisogno di vedere per credere. Difficile, infatti, non sembra neppure essere il credere quanto piuttosto ciò che c’è in mezzo tra il credere e il vedere, un’attesa che a volte si fa estenuante tanto che le ragioni per continuare a sperare sembrano cozzare ogni giorno di più contro quelle dell’evidenza.

“Signore credo”. Marta osa fidarsi e scopre che ciò che il Signore le aveva promesso si compie. Il problema, infatti, non sono i due giorni di ritardo del Signore e neppure quelli che registrano già la morte della speranza: “è già di quattro giorni”. Cosa vuoi che siano due o quattro giorni o forse di più per chi ha come prospettiva l’eternità? La questione è, semmai, che cosa anima il mio cuore in quei giorni: la nostalgia per ciò che sembra sfuggire alla nostra presa o la speranza per quello che Dio può ancora compiere se solo continuiamo ad avere fiducia?

Certi passaggi, infatti, possono essere attraversati solo nella misura in cui abbiamo imparato a riporre fiducia in qualcun altro. E questo persino di fronte all’arroganza della morte. Non c’è morte, infatti, senza fecondità alcuna se è vero che la vita è generata sempre da dei travagli, da delle morti.

Passare dalla nostalgia alla speranza significa proprio non arrendersi, non rassegnarsi. Significa credere che si possa ancora venir fuori proprio come gli ebrei dal Mar Rosso quando già avevano il fiato degli inseguitori sul collo. Significa credere che si possa venir fuori dal sepolcro anche se il cadavere è già di quattro giorni.

Credi tu questo? 

Dio è glorificato quando un uomo, una donna accetta di uscire da tutto ciò che soffoca la vita, l’intelligenza, la libertà. Qui Dio ha posto la sua gloria.

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