Il Vangelo della Domenica

SANTISSIMA TRINITA’

(Pr 8,22-31; Rm 5,1-5; Gv 16,12-15)
Icona della comunione divina…

Alla vigilia della sua partenza, quando stava per prendere congedo dai suoi, dopo aver mostrato loro fino a che punto gli stavano a cuore, Gesù metteva a parte gli apostoli di un criterio che sarebbe valso il riconoscimento dell’appartenenza a lui. Il marchio di fabbrica, per usare un’immagine, sarebbe stato solo questo: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”. Non chiedeva loro di amare, semplicemente, ma di amarsi “gli uni gli altri”. Perché mai? Perché è proprio questo l’amore che realizzano il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo in seno alla Trinità. È questo tipo d’amore ad aver fatto sì che il mondo fosse e l’uomo venisse creato a immagine di questa reciprocità d’amore; è questo tipo di amore che Gesù aveva fatto conoscere ai suoi; ed era questa modalità d’amare la caratteristica della comunità dei suoi.

Com’è questa comunione tra le persone divine che Gesù chiede a noi di rendere manifesta, se è vero che la Chiesa è icona della Trinità?

In seno alla Trinità ogni persona non ha una relazione con le altre ma è in relazione con le altre. Se così non fosse il Padre vivrebbe ripiegato su di sé e si relazionerebbe solo in termini strumentali. Sappiamo, invece, da quello che ci ha narrato Gesù, che il Padre esce continuamente da sé per andare incontro al Figlio e viceversa. Proprio questo movimento di reciproca uscita è lo Spirito Santo, la vita stessa di Dio. Non ci sembri un discorso astratto! Non è forse così anche per noi? Quand’è che gustiamo la vita, la tocchiamo con mano se non quando, provando a lasciare le nostre solitudini ci mettiamo sui passi dell’altro? Non è forse vero che il miglior luogo in cui riposare è l’abbraccio, l’incontro, la comunione? Non potrebbe essere diversamente: siamo stati pensati così da un Dio che è così.

In seno alla Trinità ogni persona è con le altre, per le altre, nelle altre. Questo è il prototipo della comunità cristiana: con gli altri, per gli altri, negli altri. Quando ciò non accade, si persegue il modello opposto: senza gli altri, contro gli altri, sopra gli altri. Chi vive e promuove la comunione tra le persone diventa icona della Trinità.

Come può accadere che le nostre relazioni siano il segno dell’amore che intercorre tra le tre Divine Persone? Non bypassando la sosta del Calvario. L’unità dei suoi è costata il prezzo altissimo del sangue del Cristo. Non può essere diversamente per i discepoli: la comunione si costruisce solo nella disponibilità a mettere sotto i piedi il proprio egoismo così che non produca morte in noi e attorno a noi.

L’amore, per essere vero, non è sentimentalismo fine a se stesso: se vuole essere vero esso nasce sempre dalla croce, nasce dalla diponibilità a saper perdere, a lasciar andare. Finché ad averla vinta è il mio io possessivo e autoreferenziale, non c’è spazio per la vita di Cristo in me.

Si può amare veramente solo se permetto ai sentimenti di Cristo di scorrere dentro di me. Quali sono questi sentimenti?

L’umiltà, anzitutto: Cristo Gesù, da ricco, si è fatto povero per noi;

poi, la gratuità: non ritenne un tesoro geloso il suo essere uguale a Dio;

la carità: mi ha amato e ha dato se stesso per me;

il perdono: mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per gli empi.

Tutto questo non accade senza una vera e propria lotta da ingaggiare dentro di noi:

imparare a disarmarsi per non voler aver ragione a tutti i costi;

imparare a disarmarsi per non squalificare nessuno;

imparare a disarmarsi per accogliere e condividere;

imparare a disarmarsi per non fare mai confronti e saper ritenere il buono che c’è attorno a me anche se esso non viene da me.

Imparare a disarmarsi per aprirsi alla conoscenza vera dell’altro. La conoscenza non è il giudizio approssimativo e sommario formulato sulla base di impressioni molto discutibili. L’altro lo conosco solo se accetto, ancor prima che varcare una soglia, di valicare ben altre frontiere più invincibili, quella del sospetto e quella della diffidenza. L’altro lo conosco se posso dire che le sue sofferenze e le sue gioie sono le mie sofferenze e le mie gioie.

L’amore che il Signore ci ha chiesto di vivere non è un argomento ma un esercizio; l’amore lo si vive, non lo si discute. Esso, però, ha un buon retroterra in alcuni atteggiamenti: la stima, l’ascolto, l’incontro, il perdono, l’attenzione, la disponibilità, il condividere.

Il demonio teme poco coloro che digiunano, coloro che pregano anche di notte, coloro che sono casti, perché sa bene quanti di questi ne ha trascinati all’inferno. Il demonio teme coloro che sono concordi e che vivono nella casa di Dio con un cuore solo, uniti a Dio e fra di loro nell’amore: questi producono al demonio dolore, timore e rabbia. Questa unità della comunità non solo tormenta il nemico, ma ottiene la benevolenza di Dio, come egli stesso attesta nel Cantico: ‘Hai ferito il mio cuore, o sorella e sposa mia’: ci si riferisce all’unità dei pastori e dei fedeli” (S. Bernardo).

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