Il Vangelo della Domenica

XXIX DEL TEMPO ORDINARIO

(Es 17,8-13; 2Tm 3,14-4,2; Lc 18,1-8)
Nella buona e nella cattiva sorte…

 

Viene per tutti – oh sì se viene – il momento in cui ti attraversa una sorta di tarlo che vorrebbe convincerti che è meglio mollare tutto: a che serve, infatti, continuare a guardare un cielo che sembra assistere spettatore sordo e muto al tuo lamento e alla tua invocazione? A che serve credere che qualcosa possa accadere solo perché hai strisciato davanti a un Dio che afferma di sapere già ciò di cui hai bisogno e, invece, sembra disinteressarsi di te?

Viene per tutti l’occasione per convincersi una volta di più che restare fedeli a un certo stile di vita non paga, anzi. Che beneficio ne recavi a portare avanti alcuni impegni quando questo non è riconosciuto da alcuno e tu ti ritrovi soltanto con il rammarico di non aver capito sin da subito che tanto era inutile? Meglio mollare che risultare invadenti e petulanti, meglio mollare per tempo che essere derisi in seguito.

Il Signore stesso quel giorno, con allarmante disincanto, si chiederà: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. Come a dire che non è affatto scontato il non venir meno della fiducia soprattutto quando all’orizzonte si profila l’Amalek di turno che ti porta via quanto hai di più caro e diventa sempre più plausibile una retrocessione se vuoi mettere in salvo il tuo buon nome e la tua stessa sopravvivenza. Ne vale sempre e comunque la pena restare integri nella professione della fede e perseveranti nella preghiera?

È a queste e a simili domande che Gesù prova a dare risposta proponendoci l’atteggiamento della vedova. Avrebbe avuto tutti i motivi per demordere e lasciar perdere, anche perché il suo interlocutore non era affatto persona affabile, eppure, proprio per la sua insistenza, ottenne che le fosse fatta giustizia.

Che cos’è che ottiene la donna? Non anzitutto ciò che chiede ma ciò in cui non ha mai smesso di credere. Tanto è vero che ad averla vinta sul giudice è proprio la sua fede, il suo non smettere di credere, appunto, neppure di fronte a chi le opponeva solo un muro di resistenza senza lasciare il minimo spiraglio di una qualche possibilità. Il punto, infatti, è proprio questo: non smettere di credere anche a fronte di una eventuale smentita. Questa, semai, è proprio ciò che irrobustisce la mia fede. È quello che farà dire all’apostolo Paolo: “Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati” (Rm 8,35-37).

La vera sconfitta non è quella che deriva da un qualche elemento esterno che sembra giocare contro di noi. “In tutte queste cose noi siamo più che vincitori”, ripete Paolo. No, la vera sconfitta è mollare tutto nella convinzione di non essere ascoltati. Ecco cosa fa l’Amalek o il giudice di turno: convincerti che la tua vicenda non stia a cuore a nessuno, tantomeno a Dio.

Per questo la domanda di Gesù ha un che di rammarico. Ci sarà ancora qualcuno che, anche a fronte delle delusioni che la vita riserva, non smetterà di lavorarsi Dio ai fianchi proprio come la vedova con il giudice? No, non si tratta di un Dio sordo al nostro grido o disattento al nostro pianto: l’insistere non è perché lui finalmente si convinca ma perché io continui a credere e a sperare in qualsiasi circostanza, favorevole o contraria che sia. Nella buona e nella cattiva sorte, appunto.

A far la differenza tra di noi non sono i traguardi raggiunti o gli obiettivi perseguiti. A far la differenza è la fede, ossia la certezza che Dio non può mai abdicare al suo essere Padre di misericordia. Che ruolo svolge la figura del giudice nel nostro caso? Quello di chi vorrebbe convincerti che è inutile insistere, inutile restare fedeli: meglio ripiegare. Esso svolge il ruolo del divisore, di chi cioè invita a tornare sui propri passi.

Invece, attesta Gesù, anche se non avessimo più nessuna motivazione umana che tenga desta la nostra speranza, fedele è Dio… Questa consapevolezza è ciò che mette in grado persino di ospitare il dolore, senza mai smarrire la fiducia. Possiamo ospitare il dolore nella nostra vita solo quando il nostro cuore ospita anzitutto la certezza di essere figli amati, accompagnati dalla cura e dalla misericordia del Padre il quale sa già ciò di cui abbiamo davvero bisogno. Un cuore capace di amare riesce anche a sopportare i silenzi e a integrare le lontananze: proprio dell’amore, infatti, è attendere, accogliere, mai strumentalizzare l’altro, neanche a fin di bene.

Troverà ancora fede? La domanda, come sempre, non può che restare aperta e, come sempre, Gesù l’ha rovesciata: il problema, infatti, non è se Dio farà giustizia ma se io saprò reggere il suo ritardo.

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