Arcidiocesi

  • on 1 Settembre 2017

SPECIALE CONVEGNO DIOCESANO

 22 SETTEMBRE

La relazione finale dell’Arcivescovo mons. Salvatore Ligorio e il mandato ai catechisti e agli operatori pastorali, ha chiuso la tre giorni del convegno pastorale diocesano che ha avuto come tema “Con lo sguardo di Gesù verso le nuove generazioni”. Monsignor Ligorio ha fatto sintesi di quanto emerso dagli interventi dei relatori (Cantelmi il 20 settembre e Falabretti il 21) e dai lavori di gruppo, tracciando quello che sarà il cammino diocesano per l’anno pastorale che si apre. I giovani, le loro istanze e le loro speranze saranno al centro dell’azione della Chiesa universale che, proprio per questo motivo, ha promosso un Sinodo. L’arcivescovo nella sua relazione, ha sottolineato che guardando: «al mondo dei giovani si corre il rischio di imputare a loro e alla loro fragilità la responsabilità della deriva in cui, talvolta, sembrano impantanarsi». «Ma non è forse vero – ha aggiunto – che dinanzi ai giovani ci sono adulti insicuri nelle scelte, incostanti nell’assunzione di responsabilità, scontenti del loro tenore o stile di vita, confusi quando si tratta di dare chiarezza alle nuove generazioni riguardo alle questioni etiche, affettive o di natura sociale, a volte stupidamente litigiosi, spesso anche in precipitosa fuga all’indietro verso un’adolescenza incompiuta e recrudescente? Non è forse vero che adulti, spesso allo sbando, sono stati incapaci di prospettare ai figli un vero approdo alla vita? Molto spesso i nostri giovani hanno a che fare con “adulti deludenti”, per usare un’espressione del dott. Cantelmi, adulti che “hanno rinunciato a dare narrazioni di senso”, ripeteva ancora il relatore». E parlando poi delle comunità cristiane ha aggiunto che: «forse si sono adagiate nell’offrire a giovani e ragazzi solo momenti di svago o esperienze che riempissero il tempo libero e non ciò che, invece, è il nostro proprium, Gesù Cristo. Forse non hanno percepito che noi avevamo e abbiamo nei loro confronti un debito: quello dello sguardo. Si, si tratta di un vero e proprio debito: il debito dello sguardo». «Il vedere – ha aggiunto – postula un vero e proprio passaggio, un mutamento di prospettiva. Infatti, si tratta di passare dal chiedersi: “Che ne sarà di me se io mi fermo?” al chiedersi: “Che ne sarà di lui se io non mi fermo?”». «Comprendiamo, perciò, come a mutare debba essere il cuore e lo sguardo, il nostro modo di accostare persone e situazioni». «Di un evento – riprende – possiamo ricordare luogo e svolgimento, di un incontro, invece, custodiamo nel cuore se siamo stati guardati in un certo modo o meno». Per l’Arcivescovo dunque: «Non c’è persona, non c’è ragazzo, non c’è giovane, quindi, che non sia destinatario dello sguardo di elezione e di amore del Signore. I nostri giovani sono come Eutico, il ragazzo di Atti 20: “non sono morti”, hanno solo bisogno di qualcuno che creda ancora in loro» pertanto: «“Una cosa sola ti manca”. Quando Gesù chiama qualcuno a seguirlo, l’afferra di colpo per il suo lato debole, si inserisce là dove nessun altro lo farebbe: ecco la tenerezza di cui ci veniva detto, ossia, “la capacità di stare sulla soglia del limite dell’altro”». «Dai vostri laboratori – ha ripreso – ho notato una certa convergenza circa l’attenzione da dare alle nostre famiglie e all’ambito scolastico, così da ritrovare una vera e propria alleanza educativa insieme alle istituzioni civili. È emerso pure un invito ai presbiteri a dedicare più tempo allo “stare” con i giovani, i quali chiedono di essere accolti e non giudicati, guardati ed ascoltati con il cuore, sentire di essere amati per quello che sono. È stato chiesto, inoltre, di superare i campanilismi tra associazioni, gruppi e movimenti così da convogliare ogni sforzo verso ciò che è la ragione del nostro essere operatori pastorali». E ha concluso: «Come potete notare, questa mia relazione conclusiva, ha voluto privilegiare l’attenzione a ciò che è perenne: “Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre” (Eb 13,8), ci è stato ricordato. Aprirsi a linguaggi nuovi non significa abdicare al compito dell’annuncio di sempre. Significa mostrare con le forme proprie di questa generazione “come è bello credere in Dio, come è bello avere un Padre che accompagna i nostri passi” (relazione don Falabretti). Solo se ci appartiene il modo di guardare del Signore, troveremo anche come esserne il prolungamento e l’incarnazione: senza quello, tutto il resto rischia di essere solo uno scimmiottamento di qualcosa che finisce per renderci per nulla incisivi».

La giornata è stata conclusa con il mandato ai catechisti e agli operatori pastorali. Il direttore dell’ufficio catechistico don Mario Gioia, all’inizio della celebrazione, ha rivolto un saluto ai convenuti (leggi qui il messaggio), monsignor Ligorio, nella breve omelia, ha esortato i presenti a «ripartire» nel cammino pastorale, nella convinzione che i tre giorni di convegno, abbiano dato modo di «contemplare il Signore».

Vedi il servizio del Tg


21 SETTEMBRE

Seconda delle tre giornate del convegno diocesano che la Chiesa di Potenza – Muro Lucano – Marsico Nuovo sta dedicando all’incontro ‘Con lo sguardo di Gesù verso le nuove generazioni’ in svolgimento nelle sale del centro Cecilia di Tito. Risuonano ancora nella mente e nell’anima delle centinaia di partecipanti, che assicurano una presenza costante, le parole dell’arcivescovo monsignor Salvatore Ligorio, riprese nella breve presentazione curata dal responsabile della Pastorale giovanile diocesana, don Carmine Lamonea. “I nostri giovani hanno tutto e hanno niente, nel senso che in loro vi sono tutte le potenzialità di doti umane ma nessuna di esse si attiva senza un processo educativo che veda coinvolte figure di adulti e di testimoni maturi per umanità e per spirito di fede. Nessuno sviluppo si mette in moto se non c’è qualcuno che dia occasione a chi cresce di prendere coscienza e di risvegliare il desiderio e la volontà di aprirsi alla vita, all’incontro con gli altri e alla relazione con il Signore. Emergenza educativa o Esigenza Educativa? Si parla spesso di “emergenza educativa”. L’emergenza, però, evoca crisi, pericolo, difficoltà. Preferirei che imparassimo a parlare di “esigenza educativa” che è qualcosa di non legato ad un particolare momento critico ma alla natura stessa del nostro essere persone: non possiamo non educare, non possiamo non trasmettere ciò che a nostra volta abbiamo ricevuto. Se è vero che l’“educazione è questione del cuore”, è necessario avere amore disinteressato, attenzione, ascolto, cura della relazione. Non è sufficiente essere dei trasmettitori di un comportamento: occorre essere innamorati della vera bellezza che salva. In mezzo ad essa il Signore è presente ed è all’opera. Custodiamo nel cuore questa certezza. Il Signore ripete anche a noi quanto disse a Mosè che protestava nei confronti del Signore per la situazione in cui si era ritrovato: “La mano del Signore si è forse accorciata?” (Nm 11,23). Affatto, e i segni della sua azione sono ancora sotto i nostri occhi. Beati noi se sapremo riconoscerli e se saremo in grado di accompagnarne gli sviluppi”. Prima della divisione in oltre 15 gruppi di lavoro, ciascuno formato da una trentina di persone, il saluto del Sindaco di Tito Graziano Scavone, la preghiera e l’intervento di don Michele Falabretti. Il sacerdote responsabile nazionale per il Servizio di Pastorale Giovanile della Conferenza Episcopale Italiana nel corso del suo contributo ha evidenziato come sia necessario “far emergere il volto dei nostri giovani, non essendo questo un aspetto secondario, anzi. Mai come oggi è in continuo e radicale mutamento: quando pensiamo di averli conosciuti, già cominciano a cambiare. E’ il mondo in cui viviamo, fatto di cambiamenti rapidi e spesso anche imprevedibili”. Don Michele è successivamente passato ad analizzare “lo spostamento epocale del significato dell’esperienza di fede. Il tempo, dal festivo al feriale, lo spazio, dal sacro al profano, le figure, dalla mediazione alla compagnia, la visione del compimento, dal cielo alla terra, il senso della fede, dall’etica all’estetica. Più che una generazione ‘incredula’, possiamo dire di avere a che fare con una generazione ‘diversamente credente’. La vera posta in gioco è quella dell’umano. Noi vorremmo che i giovani partissero dalle domande esistenziali, chi sei? o chi sono? Forse sarebbe più produttivo che si chiedesse loro: Per chi sei? Per chi voglio essere? Perché giocare sulla destinazione della identità, costituisce l’identità stessa. Il tema è comprendere che il Vangelo non deve aiutare una persona a trovare solo il capolinea della propria ricerca; come se la vita poi venisse via con naturalezza e spontaneità. Scoprire se stessi, diventare grandi, trovare il proprio posto nel mondo è quello che chiamiamo cammino vocazionale. Se ha a che fare con la fede sarà un pellegrinaggio dove la vita, la fede e la relazione ecclesiale saranno legati da un lento e progressivo divenire”. Il responsabile nazionale della Pastorale giovanile della Cei, ha poi posto l’accento sul “Sinodo dei giovani” indetto da Papa Francesco. “E’ necessario mettere in gioco, attraverso questo sinodo, tutta la comunità cristiana, accettando di riconoscere che le logiche attraverso le quali i giovani di oggi si muovono, sono molto diverse da quelle che li hanno sostenuti fino a pochi anni fa”. “Se vogliamo un po’ di bene a questi giovani – ha aggiunto- non possiamo tralasciare loro di offrire qualcosa che li tenga a contatto con il reale e permetta  loro di scoprire e incontrare il valore di una vita che giorno dopo giorno si costruisce nella possibilità di essere messi alla prova”. “A queste condizioni – ha ripreso – il Sinodo potrà essere un cammino davvero coinvolgente per tutti”.


 20 SETTEMBRE

Oltre 400 i partecipanti alla prima giornata del Convegno diocesano: ‘Con lo sguardo di Gesù verso le nuove generazioni’. Alla presenza dell’Arcivescovo, monsignor Salvatore Ligorio, del vescovo emerito Agostino Superbo, di sacerdoti, diaconi, religiosi, religiose e un’ampia rappresentanza della Chiesa potentina, lo psichiatra Tonino Cantelmi ha proposto il tema sul quale ha invitato alla riflessione: “I nativi digitali tra social e nuove solitudini”. Prima della relazione, l’assemblea convocata nel centro polivalente ‘Cecilia’ di Tito, ha pregato, invocando lo Spirito Santo, ascoltando la proclamazione di un brano del Vangelo, tratto dal 1° capitolo di Giovanni e ricordando, su sollecitazione dell’Arcivescovo, le vittime del disastroso sisma che ha colpito il Messico. Il direttore della segreteria pastorale diocesana, don Antonio Savone ha introdotto i lavori, da lui organizzati insieme al responsabile della Pastorale giovanile diocesana, don Carmine Lamonea, spiegando lo svolgimento dei nella tre giorni di confronto ‘Con lo sguardo di Gesù verso le nuove generazioni. Monsignor Ligorio salutando «l’assise della nostra amata Chiesa che è in Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo. Una Chiesa che conosce tante fatiche, senz’altro, ma che custodisce anche tanta disponibilità a fidarsi ancora dell’invito del Signore a prendere il largo e a osare. Come vorrei che uscissimo da questa santa convocazione facendo nostre le parole che il libro dell’Esodo pone sulle labbra degli Israeliti dopo l’uscita dall’Egitto: “Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo!” (Es 19,8). Strategie o Sguardi? In sintonia con la Chiesa universale – ha proseguito l’Arcivescovo – impegnata nella preparazione del Sinodo dei vescovi sui giovani l’anno prossimo, anche noi abbiamo voluto fermarci per discernere ciò che il Signore, prima ancora che una nostra disamina, ha da dire a riguardo. Per questo motivo, il tema del nostro Convegno diocesano suona così: “Con lo sguardo del Signore verso le nuove generazioni”. In gioco, infatti, non ci sono i nostri progetti o le nostre strategie pastorali, anzitutto, le nostre lentezze o le nostre incapacità, l’individuazione di capi di accusa o quel senso di deresponsabilizzazione che, talvolta, ci condiziona. In gioco c’è, appunto, l’assunzione di uno sguardo, quello del Signore, di cui noi siamo costituiti prolungamento e incarnazione. Non mi stancherò di ripeterlo: in gioco c’è la nostra fede». Cantelmi dal canto suo, in un intervento molto apprezzato, alternato con la proposizione di filmati ed esperienze personali e professionali, ha spiegato che «il nuovo modo di stare insieme è il web social. I giovani, ma soprattutto i giovanissimi, hanno a che fare con la ‘reputazione web’ alla quale è legata a doppio filo la popolarità. Il successo è essere popolari, un crollo di popolarità significa non esserci. L’esperienza si ha la necessità di essere condivisa sui social. Il riferimento è una comunità autoreferenziata, tecnobasata. La tecnologia non è uno strumento, è un ambiente, la tecnologia costruisce un mondo da abitare. L’essere attenti è il restringere il campo di coscienza. La società attuale è ipertestuale, circolare, casuale. I videogiochi stanno plasmando la società. Dagli analogici, agli immigrati digitali, ai nativi digitali, con cambiamenti emotivi che stanno abituando i nostri figli a rappresentare le emozioni più che a viverle. L’amicizia è un momento di intimità e la tecnomediazione della relazione pone nella condizione di non aver più parole per stare face to face, l’erosione dell’umano. I network telematici stanno frantumando i network della solidarietà. Non c’è una famiglia perfetta: la squisita attenzione per i limiti dell’altro, specialmente quando questi sono molto evidenti, conducono all’incontro autentico, quello in grado di cambiare la vita dell’altro, ma soprattutto è sul limite dell’altro».

 L’intervento integrale dell’Arcivescovo

Per Info: segreteriapastoralediocesanapz@gmail.com

Leave your comment

Please enter your name.
Please enter comment.

NON seguire questo link o sarai bannato dal sito!