Arcidiocesi

  • on 25 Marzo 2020

NOTA DEL CENTRO DI BIOETICA DIOCESANO

Carissimi fedeli della diocesi, il Centro Diocesano di Bioetica è stato costituito dal nostro Arcivescovo perché si tenga sempre un faro acceso sulle tematiche della vita a 360 gradi, tematiche che costituiscono un patrimonio perenne della dottrina sociale della Chiesa. La nostra équipe si incontra per studiare, formarsi e informare circa la bioetica cattolica alla luce del magistero. Per questo oggi 25 marzo, solennità dell’Annunciazione, vorremmo ricordare il 25’ anniversario della pubblicazione della EVANGELIUM VITAE di San Giovanni Paolo II, fulgido esempio per l’impegno spirituale e sociale della missione di ogni Cristiano e di ogni Chiesa particolare. Insieme al Papa, è doveroso ricordare Carlo Casini, fondatore del movimento per la vita, recentemente scomparso. Noi vogliamo continuare questo fulgido percorso, sapendo che siamo in un particolare periodo di emergenza sanitaria dovuta alla diffusione del Covid-19, lo scenario è di grande incertezza pertanto ci siamo resi conto che sia di somma importanza focalizzare   alcuni principi base che guidano il ns operare: la cura responsabile delle relazioni personali, alla luce dell’etica della vita come cura della casa comune e del biodiritto…

COMUNICATO PER IL XXV DELLA LETTERA ENCICLICA EVANGELIUM VITAE

A distanza di ormai venticinque anni dalla sua pubblicazione, avvenuta il 25 marzo 1995, l’enciclica Evangelium Vitae di Giovanni Paolo II costituisce indubbiamente un documento ancora forte e profetico, la cui forza è rappresentata proprio dal suo essere sempre attuale, poiché è capace di offrire a chiunque lo legga spunti di notevole utilità per la comprensione dello spirito autentico della bioetica, vale a dire quello proiettato in una prospettiva personalistica e ontologicamente fondata che mira alla tutela della persona, senza distinzione alcuna.

Nell’epoca in cui viviamo e con l’intensificarsi del progresso tecnologico, la vita è diventata anche questione sociale e, con il passare del tempo, le minacce che incombono su di essa si sono moltiplicate, generando nuovi problemi etici. Così, si corre il rischio di confondere la possibilità con l’eticità, perché non tutto ciò che è tecnicamente possibile risulta moralmente accettabile e, continuando di questo passo, lo stesso uomo che dovrebbe salvaguardarsi corre il rischio di disumanizzare la medicina ed inevitabilmente depersonalizzare sé stesso. Fondamentale è, allora, porre al centro il concetto di sacralità della vita, fondata sulla tradizione personalista-tomista, partendo dal presupposto che il valore della persona ed il suo bene oggettivo non mutano col tempo e né tanto meno con l’introduzione di nuove tecnologie.

Dunque, è bene sottolineare la necessità che l’uomo e l’etica procedano a braccetto per costruire una società giusta ed all’insegna dell’equità (pari diritti tra le persone, tutela dei più fragili e consona distribuzione delle risorse) che abbia come fine principale la promozione del vero bene della persona. Oggi più che mai, la Chiesa, la scienza e l’etica non sono assolutamente in contraddizione, anzi si avverte l’esigenza che esse proseguano parallelamente per divenire fulcro per l’uomo in balia del progresso.

La Bioetica come scienza, in maniera specifica, non deve accontentarsi di descrivere i comportamenti e le scelte etiche di fronte ai problemi posti dalla biomedicina, ma deve offrire delle linee normative di comportamento, tenendo presente alcuni postulati (o principi) che discendono dal valore trascendente della persona umana considerata nella sua unitotalità. Laddove, con il termine persona si vuole indicare l’essere umano nella sua integralità ed inscindibilità corporeo-spirituale, quindi come soggetto e non oggetto delle scelte bioetiche: la persona non è mezzo, ma fine dell’agire bioetico.

Il personalismo realista vede nella persona umana (non soltanto la capacità di autodecisione e di scelta) l’affermazione di uno statuto oggettivo e ontologico della persona sul quale fondare i valori che fungeranno da guida; infatti, la persona in qualsiasi circostanza, è un bene per sé stessa e per gli altri ed è fortemente inserita nel progetto d’amore che Dio ha nei suoi confronti.

La celebrazione del “Vangelo della vita” ne richiede la realizzazione, soprattutto, nell’esistenza quotidiana, per cui si ravvisa la necessità di una nuova prospettiva medica di stampo filosofico-umanistico (attenta al vissuto ed all’autonomia decisionale del paziente) e che si pone come obiettivo principale il “prendersi cura” (mediante l’accompagnamento e la proporzionalità delle cure) senza mai dimenticare che l’ammalato è “persona” nel senso più totale del termine, favorendo una vera e propria alleanza terapeutica tra medico e paziente, in cui si lavora sul possibile e non si dimentica il limite e l’umana fragilità. La scienza medica si pone, infatti, nella comunità come sostegno all’uomo dalle fragilità psicosomatiche e dalle malattie che lo umiliano.

Con questo si vuole sottolineare l’assoluta novità di ogni essere umano nei confronti dell’universo ed, inoltre, che la persona e l’essere umano s’identificano vicendevolmente dal momento del concepimento sino a quello della morte, trascendendo l’universo e aprendosi all’eternità. Per cui urge la personalizzazione delle cure a la viva salvaguardia della dignità inerente all’altro, perché la persona è da intendersi, soprattutto, come soggetto morale.

La terminologia «Christus medicus» (ovvero «Cristo il Dottore») è il titolo riferito a Gesù Cristo in cui la funzione della volontà di «guaritore e medico» (dal latino «Medicus», dal greco «ἰατρός», «Iatros») con quella di «Salvatore e Redentore» (dal latino «Salvator» e dal greco «σωτήρ», «Soter») risultano fortemente connesse, in maniera così indissolubile da unire assieme l’aspetto fisico con quello spirituale e parallelamente il temporale con l’eterno. Non a caso, il binomio salute-salvezza ha la stessa radice semantica.

La vita corporea, fisica, dell’uomo non rappresenta, quindi, solo qualcosa d’intrinseco alla persona, bensì il valore fondamentale dell’individuo stesso, perché essa non esaurisce tutta la ricchezza della persona che è anche spirito e perciò, come tale, trascende il corpo stesso e la temporalità. Ne consegue che l’uomo sia chiamato ad una pienezza di vita che va ben oltre le dimensioni della sua esistenza terrena e che consiste nella partecipazione alla vita stessa di Dio.

L’altezza di questa vocazione soprannaturale rivela la grandezza e la preziosità della vita umana anche nella sua fase temporale, sottolineando la relatività della vita terrena dell’uomo. Essa, in verità, non è realtà «ultima», ma «penultima»; è, comunque, realtà sacra che ci viene affidata, perché la custodiamo con senso di responsabilità e la portiamo a perfezione nell’amore e nel dono di noi stessi a Dio ed ai fratelli.

Per raggiungere tale obiettivo, è di somma importanza riscoprire il nesso inscindibile tra vita e libertà. Essi sono beni indivisibili. Dove è violato l’uno, anche l’altro finisce per essere violato: non c’è libertà vera dove la vita non è accolta e amata, e non c’è vita piena se non nella libertà. Ambedue queste realtà hanno, poi, un riferimento nativo e peculiare, che le lega indissolubilmente: la vocazione all’amore. Questo amore, come dono sincero di sé, è il senso più vero della vita e della libertà della persona.

Il Magistero sottolinea la necessità che al paziente venga assicurato un adeguato accompagnamento umano che ne salvaguardi la rispettiva dignità; proprio sulla base delle due dimensioni (umana e divina) a cui è chiamato l’uomo grazie al mistero dell’Incarnazione (il Figlio di Dio, mediante il mistero dell’Incarnazione ha confermato la dignità del corpo e dell’anima costitutivo dell’essere umano) si comprende meglio il perché del valore inviolabile della vita: egli possiede una vocazione eterna ed è chiamato a condividere l’amore trinitario del Dio vivente.

La vita è un dono di Dio e l’uomo non ne è padrone, poiché il valore e la dignità della persona umana si conservano sempre, soprattutto quando la persona è più fragile. Per cui urge ribadire un netto e forte appello a favore del valore e dell’inviolabilità della vita umana. A tutti i membri della Chiesa e al popolo della vita e per la vita, rivolgiamo il più pressante invito perché, assieme, possiamo dare a questo nostro mondo nuovi segni e semi di speranza, contrapponendo la “cultura della vita” alla “cultura della morte” (aborto, eutanasia, ecc…), poiché la vita è il dono più grande che abbiamo ricevuto e per cui dobbiamo operare affinché crescano giustizia e solidarietà, affermando una nuova cultura della vita umana basata sulla com-passione per l’edificazione di un’autentica civiltà della verità e dell’amore.

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