Vangelo

  • on 1 Giugno 2019

VI DOMENICA DI PASQUA

(At 15,1-2.22-29; Ap 21,10-14.22-23; Gv 14,23-29)
Il recapito di Dio…

Durante la cena delle consegne, quella di Dio all’uomo e quella dell’uomo ai suoi nemici, dopo aver manifestato fino a che punto Dio abbia scelto di mettersi in gioco, uno degli apostoli gli aveva chiesto un atto di forza per manifestarsi al mondo. E Gesù lo aveva spiazzato. Egli, infatti, lasciava un criterio di verifica dell’appartenenza a lui: “Se uno mi ama osserverà la mia parola”. E il riferimento non è anzitutto a ciò che egli aveva detto. Osservare la sua parola è molto di più. Significa, infatti,innestare la propria vita su quella vite feconda che è la persona stessa di Gesù tanto da poter arrivare a dire con l’apostolo Paolo: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”.

Per questo, amare lui si traduce in una fede capace di attraversare anche la notte più buia, in una appartenenza a lui che non teme di sfidare la riprovazione di chi irride e in una sequela che diventa comunione di vita fino ad amare ciò che egli ama.Questo è ciò che attesta e misura il grado della mia dichiarazione d’amore nei confronti di Dio. Nient’altro. È lo stile umano della vita di Gesù ciò che verifica il mio legame con Dio.

Com’è stato lo stile umano della vita di Gesù? Gli Atti degli Apostoli lo delineeranno come lo stile di chi è passato in mezzo agli uomini facendo del bene a tutti. La liturgia, espliciterà ancora: lo stile di chi è passato sanando e beneficando chi era prigioniero del male.

È stato lo stile di chi ha continuamente messo in risalto ciò che non aveva appariscenza per imporsi. Sin dall’inizio ha scelto per sé la via umile dell’appartenenza a un nucleo familiare che aveva tutti i tratti dell’ordinario.

È stato lo stile di chi non ha ritenuto indegno di Dio il vivere alla periferia del mondo in un paese da cui “nulla poteva venire di buono”.

È stato lo stile di chi si è fatto contemporaneo alle avventure e alle fatiche del vivere di ogni uomo: ha dovuto apprendere come si vive, come si gioisce, come si soffre, come talvolta ci si dispera per il pane, come ci si entusiasma per un sogno condiviso, come si piange per le ferite di chi ti è caro e come ci si lascia prendere dalla compassione per chi ti è estraneo.

È stato lo stile di chi ha dato fiducia a uomini troppo spesso stati costretti a tirare i remi in barca perché vedevano deluse le loro attese.

È stato lo stile di chi, ancor prima che denunciare la reale condizione di immoralità o di lontananza del proprio interlocutore, si è fatto carico di portare l’uomo a gustare ancora la bellezza di ciò che aveva smarrito. Come non pensare a quella pagina stupenda della samaritana!

È stato lo stile di chi non ha esitato a riconoscere il bene anche fuori dal proprio popolo e persino della propria fede religiosa. “Chi non è contro di noi, è per noi”.

È stato lo stile di chi mai ha umiliato ma sempre si è posto di fronte all’altro con atteggiamento mite.

È stato lo stile di chi non ha mai posto un limite alla manifestazione della sua dedizione: anche quando gli apostoli avevano in animo ben altre mire e persino quando una volontà omicida si era impossessata di uno di loro, egli non si è tenuto a distanza di sicurezza.

È stato lo stile di chi, pur sapendo di essere Dio, non ha mai abusato del potere conferito da quella condizione e sempre ha fatto appello alla libertà di chi gli stava di fronte. Per questo, a fronte di chi gli suggeriva atti di forza, non ha temuto di intraprendere la via della non ricerca di consenso.

Questi alcuni dei tratti dello stile umano della vita di Gesù. A suo dire, a meno di questo non si dà appartenenza a Dio. Ma, a meno di questo, non si è neppure uomini.

Quando si sta così nella vita, riproducendo questo stile umano, lì Dio è di casa. Addirittura fissa lì la sua dimora, il suo recapito.

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