Vangelo

  • on 25 Maggio 2019

V DOMENICA DI PASQUA

(At 14,21-27; Ap  21,1-5; Gv 13,31-35)
Il nostro proprium…

Ci sono parole e parole: il loro peso muta in base a chi le proferisce e nel momento in cui vengono pronunciate. Quanto mai rivelatrici quelle risuonate nell’ultima notte di amicizia tra Gesù e i suoi sia per ciò che attestano sia per il momento in cui sono collocate. È la vigilia della passione, subito dopo che Giuda ha preso la decisione di affidarsi al suo intento omicida. Si tratta di un momento in cui nulla è più lasciato al caso e tutto ha uno spessore e una portata unici. Chi di noi non ricorderebbe come un testamento ciò che una persona cara ci dice mentre sta per lasciarci definitivamente? Quella sera dovette essere proprio così: si trattava, peraltro, di parole a commento di gesti.

Nel momento in cui tutto avrebbe suggerito un ultimo tentativo per evitare l’ora terribile che stava per incombere, Gesù consegnava lo stile per far fronte alla deriva del male. Proprio questa, al dire di Gesù, è l’ora della gloria di Dio: Dio si manifesta in tutto il suo splendore, Dio dice chi è realmente nella capacità di continuare ad amare mentre gli viene opposto il rifiuto. È il paradosso della nostra fede: è l’esperienza della tenebra a manifestare la luce di Dio, è il tradimento di Giuda ad attestare il modo in cui Dio si oppone al male, è il nostro peccato a rivelare la grandezza del cuore di Dio. 

Siamo distanti – è vero – da un simile modo di leggere la vita e i rapporti: la vulnerabilità dell’altro è sempre letta come occasione in cui dispiegare atteggiamenti di forza, di rivalsa o, semai, per riturare da lui il nostro favore e non già come motivo per manifestare un’altra via d’uscita. Per questo restiamo nella terra di prima, per dirla con l’Apocalisse: fatica a far capolino la terra nuova.

La verità di un uomo, come la verità di Dio, si rivelano nel momento in cui essi sono contraddetti. Giuda non ci sta: la verità di un uomo, come la verità di Dio, secondo lui si rivelano, invece, mediante il ribaltamento della situazione, attraverso l’uso del potere che tutto dispone e tutti sottomette. Quella, per Giuda, sarebbe stata una vera glorificazione, non certo la strada intrapresa dal Maestro. Se poteva condividere il linguaggio (finalmente il Maestro parla di gloria!), di certo non poteva far suo il modo.

Come io ho amato voi…

Non poteva bastare l’invito ad amare e basta? Perché consegnare anche un’unità di misura dettata da quel “come”?

Sapeva bene il Signore Gesù che ci è più facile mettere dei limiti che accettare gli sconfinamenti del cuore. Ci è più congeniale stabilire i criteri che lasciarci dilatare gli orizzonti. Ci alletta di più l’accomodamento della misura che il lasciarci trasportare da qualcosa che urge dentro e non sai dove può condurti. Siamo più portati a ripagare con la stessa moneta piuttosto che eccedere nel dono. Conosciamo fin troppo bene l’aritmetica del pareggiare, molto poco quella del sovrabbondare.

Sapeva bene il Signore Gesù che quando io divento la misura dei rapporti, tutto è ridotto all’angustia della mia angolazione. Solo quando è un altro il metro di misura c’è la possibilità che il tuo cuore si dilati e tu smetta di far ritorno al tuo piccolo cabotaggio. Quel “come” ricorda che la posta in gioco è fuori di te, per questo non ci sono scuse da accampare. È il bisogno reale dell’altro la misura e il criterio del mio amore: non a caso quella sera il Maestro aveva scelto di rovesciare le parti capovolgendo i ruoli. Sapeva bene di che cosa avevano bisogno quei suoi amici.

Come io ho amato voi…

Aveva compiuto due gesti che esprimevano il senso dell’intera esistenza del Figlio di Dio: la lavanda dei piedi e il boccone condiviso con Giuda. Ed entrambi erano stati non solo non compresi ma addirittura rifiutati. Quando il male si scatena con tutta la sua forza nel gesto di Giuda, Dio rivela che per nessun motivo al mondo egli ritirerà la sua offerta di amicizia

Da questo tutti sapranno…

Chissà cosa avranno pensato in quel momento gli apostoli? Che sarà mai il segno identificativo dell’appartenenza al Signore Gesù? Un’etichetta, una divisa, un gergo per iniziati? Un rito, una dottrina, la professione della fede, una tradizione specifica? No, nulla di tutto questo. Il proprium sarà l’amore, non quello generico, ma quello per i volti e per i nomi, per le storie e per i sentieri percorsi, per la capacità di mettersi in gioco come per i ritardi. Senza questo il vangelo diventa solo oggetto di studio e di commenti senza passione, i gesti sacramentali ridotti al prezzo da pagare per non venir meno a una tradizione consolidata,  la comunità cristiana una delle tante associazioni.

Da questo tutti sapranno…

Cioè, dall’amare gli altri non quando capita, ma facendo in modo che capiti sempre. E perciò andare in cerca, cercare le occasioni. Proprio come fa il Padre. Solo l’amore fa nuovo il mondo. Solo questo strumento può far scomparire la terra di prima, quella terra in cui l’uomo è lupo per l’uomo. E allora, a ogni gesto d’amore, Dio potrà ripetere: “Ecco faccio nuove tutte le cose”.

Leave your comment

Please enter your name.
Please enter comment.

NON seguire questo link o sarai bannato dal sito!