Il Vangelo della Domenica

III DOMENICA DI AVVENTO

(Sof 3, 14-18; Fil 4,47; Lc 3,10-18)
Diventa ciò che sei…
Due domande fanno da inclusione alla liturgia di questa III domenica di Avvento. Sono le domande dell’uomo di ogni tempo. Una di queste la ritroviamo nel vangelo sulle labbra di diverse categorie di persone: Che cosa dobbiamo fare? L’altra è da cogliere fra le righe di quel pressante invito alla gioia che percorre questa liturgia: Gioisci, figlia di Sion!…Rallegratevi nel Signore sempre, ve lo ripeto ancora: rallegratevi! Qual è questa domanda? Chi sono io? Sofonia profetizza un Dio dal cuore ubriaco di gioia. Un Dio commosso dalla gioia che tu gli dai. Un Dio che danza: l’esultanza è infatti proprio questo uscire da sé e lasciarsi andare al canto, alla danza. Egli si rallegrerà per te con grida di gioia come nei giorni di festa. Un Dio che grida proprio a te: Tu mi fai felice. Un Dio che gioisce per te: Tu sei la mia gioia. Dio mette la sua felicità nelle nostre mani: noi, responsabili della felicità di Dio. Parole nuove, queste! Chi sono io, dunque? Sono uno per cui Dio grida: Tu mi fai felice! Credo anzitutto necessario precisare che questo invito alla gioia non è un fare come se i problemi non esistano. Tutt’altro: al tempo di Sofonia i problemi c’erano e come. Il contesto in cui il profeta prende la parola è un contesto di idolatria, di ingiustizia, di abusi da parte delle autorità. È in questa situazione che giunge l’annuncio di una possibilità nuova. Perché? Perché il Dio che il profeta annuncia è un Dio che continuamente apre varchi di speranza: Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente… Esulterà di gioia per te! Varchi di speranza aperti attraverso il dono di uomini e donne capaci di indicare l’oltre di ogni evento, non appiattiti, non rassegnati, non spenti, non travolti dalle situazioni. Paolo è in prigione quando scrive il suo invito a rallegrarsi sempre
. Come si fa da un carcere a rivolgere un invito a rallegrarsi? Da dove gli viene questa forza? Da una consapevolezza: Il Signore è vicino! È qui che si innesta la seconda domanda: Che cosa dobbiamo fare? Non prima. Quanta vita cristiana ridotta semplicemente ad una morale di cui non riusciamo a cogliere il perché. È da un cuore che trabocca per la consapevolezza di un Dio che si rallegra, che nasce per l’uomo la possibilità di una vita diversa. Doveva certo respirarsi aria di novità il popolo era in attesa in quei giorni se, lungo il Giordano, a frotte le folle cominciano a frequentare quell’uomo che aveva fatto spazio ad una parola che gli chiedeva di accadere nella sua esistenza. Quando prende il desiderio di un cambiamento. Presso il Battista le folle si accorgono di essere sulla soglia di un mondo diverso; si accorgono che il presente non gli basta. Vogliono andare oltre. La vita può essere nuova, e allora domandano: Che cosa dobbiamo fare? Tale domanda, infatti, affiora anche in noi quando prendiamo coscienza che le molte cose che pure facciamo non sono convincenti. È necessario diventare consapevoli che c’è qualcosa da fare. Anzitutto rinunciare alla nostra presunta sufficienza e riconoscere la necessità di uscire da noi stessi. È paradossale che stando al vangelo a porsi la domanda siano categorie che immediatamente sembrerebbero irrecuperabili a un tema religioso. A loro Giovanni propone un cambiamento visibile di stile. La conversione non è tanto cambiare mestiere, ma come fare quello che già stai facendo. A nessuno Giovanni propone un improbabile percorso ascetico. A nessuno suggerisce di ritirarsi nel deserto. E allora? Non pensare solo a te stesso, ossia la condivisione. Pane e ves titi condivisi. Sei l’uomo del fisco? Non spremere oltre misura, ossia la correttezza nel proprio ruolo. Senza abuso, senza corruzione. Sei l’uomo della difesa? Non angariare nessuno, ossia il rifiuto della sopraffazione. Non abusare della tua posizione di forza. Il rimando è a vivere in maniera limpida e intensa la tua vita di tutti i giorni. Non scappare dalla vita! Nessuno è escluso da questa possibilità: immettere segni della bellezza nelle nostre relazioni. La bellezza, tema tutto ancora da frequentare. Le risposte del Precursore hanno una caratteristica comune: toccano, infatti, il rapporto con il prossimo e non quello con Dio. Il vero criterio di conversione sta perciò nella capacità di capovolgere il proprio atteggiamento nei confronti dell’altro.
Tutto questo a voler significare che la salvezza è sì dono di Dio, ma è dono che postula l’impegno personale e responsabile di ognuno. Una salvezza universale, ma anche una salvezza che si inserisce nella normalità della vita di ognuno. Vale a dire che la mia vocazione a seguire il Signore, la manifesto nella mia storia quotidiana: la laicità come inserimento nel quotidiano è lo strumento privilegiato dove accogliere e vivere la salvezza. L’unica cosa da fare è essere realmente ciò che siamo diventati con il nostro battesimo. Cristiano, diventa ciò che sei!
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